8 febbraio 2017

Storia di una dattilografa

Questo fine settimana, approfittando di due voli e delle conseguenti attese in aeroporto, ho letto un romanzo molto bello, The Typewriter’s Tale di Michiel Heyns (non mi risulta esista una edizione italiana). Il libro è stato pubblicato nel 2005 ma è ambientato nei primi anni del Novecento e sfrutta uno stratagemma narrativo che a me è molto caro (a patto che la scrittura sia di alto livello): l’adozione di personaggi e di circostanze storiche accertate per la creazione di una storia di finzione. 
La protagonista della storia è Frieda Wroth, una giovane dattilografa assunta da Henry James. La ragazza vive a Rye (Sussex), a poca distanza da Lamb House, residenza dello scrittore, dove si reca tutti i giorni per battere a macchina, sotto dettatura, le pagine della prosa narrativa e saggistica di James e, occasionalmente, le sue lettere. La figura di Frieda è ispirata a Theodora Bosanquet, la vera segretaria del romanziere, che gli rimase accanto negli ultimi anni della sua vita e che fu in seguito suffragista, nonché autrice di Henry James at Work; ma le esperienze del personaggio di Heyns sono pura, e bella, opera di narrativa. 
A casa di Henry James, nel romanzo come nella realtà, si alternano ospiti come il fratello, la nipote e artisti vari, tra i quali i carissimi amici Edith Wharton e Morton Fullerton, che di Wharton fu l’amante.
Lamb House, Rye (Foto di Mara Barbuni)
La qualità di questo libro – oltre all’intrigante spunto narrativo della ricerca di un fascio di lettere nascoste, che richiama subito alla mente Il carteggio Aspern – sta nell’uso del linguaggio, che ricalca le preziose involuzioni della lingua di Henry James; nella rievocazione dell’ambiente della casa dello scrittore; nella rappresentazione amorevole delle funzioni quasi “magiche” della macchina da scrivere Remington; e infine in un elegante velo di ironia steso sull’intero racconto, in cui tuttavia brillano la profondità dei personaggi, la delicatezza della trattazione delle loro mancanze, che non trascende mai nel ridicolo, e il loro rapporto con la Vita e con l’Arte. Il messaggio finale del libro sta nelle parole che Henry James consegnò ai posteri sulle pagine di Gli ambasciatori: «Live all you can; it’s a mistake not to» («Vivi tutto ciò che puoi; non farlo è un errore»).

30 gennaio 2017

Le case di Jane Austen

Dopo la pubblicazione, lo scorso anno, di Elizabeth Gaskell e la casa vittoriana, esce oggi un mio nuovo saggio, con il quale proseguo l'esplorazione dei significati dell'ambiente e della forma della casa nella letteratura inglese. 
Il libro, Le case di Jane Austen, pubblicato da flower-ed, è dedicato al valore che le case hanno assunto e assumono per Jane Austen e per i suoi personaggi. Mentre ciascuno dei capitoli è dedicato in particolare a uno dei romanzi canonici (con l'eccezione del primo, di natura biografica), il percorso di lettura tracciato da questo saggio prende in esame l'architettura delle case che compaiono nelle storie austeniane, il loro arredamento, gli oggetti che le decorano, il denaro necessario a mantenerle e i guadagni ottenuti dallo sfruttamento (più o meno aggressivo) delle proprietà, i divertimenti interni alle loro stanze, i passatempo, la comunicazione, le abitudini alimentari e tanti altri particolari. Le domande che questo saggio si pone, e alle quali ha tentato di rispondere, sono, tra le altre: 

- Qual è il senso della parodia della casa gotica in Northanger Abbey
- Che cosa significa per le sorelle Dashwood la perdita della casa? 
- Qual è il ruolo di Pemberley nella struttura di Orgoglio e pregiudizio
- Come si rapporta Fanny Price agli ambienti di Mansfield Park
- Qual è lo scopo narrativo del continuo spostarsi di Anne Elliot tra diverse case in Persuasione
- In che senso Donwell Abbey in Emma rappresenta l'identità dell'Inghilterra?
- In che modo i romanzi di Jane Austen affrontano le teorie estetiche del loro tempo?
- Qual è la relazione tra movimento e inerzia, tra fantasia e realtà, tra linguaggio e silenzio, che i personaggi austeniani interpretano all'interno del contesto domestico? 

Seguendo questo tipo di «sentieri di conoscenza», ho rinvenuto, nei luoghi e nei dettagli domestici illustrati da Jane Austen, degli indicatori della psicologia dei suoi personaggi e in generale della natura umana. I sei romanzi (opere ben diverse che semplici storie d'amore) ci restituiscono il ritratto di un'epoca intera, dal punto di vista della sua realtà storica, economica, estetica e politica; e così facendo rendono ancora più accurato, concreto e immortale il racconto dei percorsi di maturazione e di crescita individuale delle loro protagoniste. 

SCHEDA LIBRO
Le case di Jane Austen
di Mara Barbuni
Edizione flower-ed, gennaio 2017
ISBN 978-88-97815-87-7
180 pagine

Disponibile su Amazon in cartaceo e ebook


25 gennaio 2017

Ancora una volta ... Virginia Woolf

Il 25 gennaio 1882 nasceva Virginia Woolf. È una scrittrice di cui bisognerebbe parlare sempre, farla studiare a scuola, portare il suo pensiero dappertutto, dai tavolini di un bar agli scranni della politica. Perché Virginia è davvero uno di quegli autori che possono farti diventare migliore di quello che sei, che ti aiutano a comprendere, a fare una pausa, a riflettere, ad ampliare il tuo sguardo (esterno e interno). Chiunque può trovare, nella scrittura di Virginia Woolf, qualcosa che incontri il suo gusto: il romanzo tradizionale e quello sperimentale, la forma del racconto, il diario di viaggio, l'espressione filosofica, la biografia, la critica letteraria, l'esplorazione della psiche e dei rapporti umani, lo studio artistico, l'analisi della struttura del Tempo, la passione per il giardinaggio, l'interior design e persino le ricette di cucina... Non le manca niente. 
Un post su di lei, pubblicato nel giorno del suo compleanno, non può essere altro che celebrativo, e le parole che lo compongono non possono essere altro che sue. Prendiamoci una mezz'oretta, oggi, e leggiamo, condividiamo, diffondiamo, anche solo un barlume della sua scrittura. 



«Nelle strade più tranquille i suonatori ambulanti distribuivano ai quattro venti il loro tenue e quasi sempre malinconico filo di suono riecheggiato o parodiato ora qui tra gli alberi di Hyde Park, ora nel St. James's Park, dal cinguettio dei passerotti e dai gorgheggi improvvisi, amorosi e intermittenti, del tordo canterino. [...] Appena il sole era tramontato un milione di lumicini a gas, come occhi della coda di un pavone, si aprivano nelle loro gabbiette di vetro [...] Finalmente si alzava la luna e il suo disco lucido e metallico, oscurato di quando in quando da una nube sfrangiata, splendeva sereno, con una certa severità, o forse con perfetta indifferenza. In lenta rotazione, come i raggi di un riflettore, i giorni, le settimane, gli anni passavano l'uno dopo l'altro attraverso il cielo». 
(Gli anni, ed. Mondadori. Trad. it. di Giulio de Angelis) 

«Una gran quiete scendeva su di lei, ella si sentiva calma, soddisfatta, e intanto l'ago, traendo dolcemente la seta fino alla pausa soave, raccoglieva le pieghe verdi e le riuniva, morbide, alla vita. Così in un giorno d'estate le onde si adunano, si sollevano e ricadono, e pare che il mondo intero dica "Ecco, è tutto", sempre più gravemente, fino a che anche il cuore del corpo disteso al sole sulla sabbia ripete "Ecco, è tutto"». 
(La signora Dalloway, ed. Mondadori. Trad. it. di Alessandra Scalero) 

«È vero che le donne che lavorano nella pubblica amministrazione meritano di essere pagate tanto quanto gli uomini; ma è anche vero che non vengono pagate altrettanto. La disparità è dovuta all'atmosfera». 
(Le tre ghinee, ed. Feltrinelli. Trad. it. di Adriana Bottini) 

«Non sembra anche a te che le amicizie siano come lunghe conversazioni, continuamente interrotte, ma che con ogni persona girano sempre intorno allo stesso argomento? Con Lytton parlo di letture; con Clive di amore; con Nessa della gente; con Roger di arte; con Morgan di scrittura; con Vita... beh, di cosa parlo con Vita?» 
(Lettera a Vita Sackville West, 28 febbraio 1927, in Tutto ciò che vi devo, ed. L'Orma. A cura di Eusebio Trabucchi) 

«Vediamo la sua Venezia da un piccolo tavolo sulla Piazza, mentre portiamo un bicchiere alla labbra. [...] La sua pittura ha una qualità tangibile; non è fatta d'aria e polvere di stelle, bensì di olio e terra. Desideriamo stendere le nostre mani sulle sue nuvole e i suoi pennacchi; sentire le colonne attorno e i cuscini solidi al tatto. Si può quasi sentire l'oro e il rosso gocciolare, con un piccolo spruzzo, nelle acque del canale». 
(Walter Sickert. Una conversazione, ed. Damocle. Trad. it. di Vittoria Scicchitano) 

«Si ha paura della solitudine; di vedere fino in fondo al vaso. Questo ho provato, qui, in certi agosti, arrivando allora alla coscienza di ciò che chiamo "realtà": qualcosa che vedo davanti a me, qualcosa di astratto ma che risiede nelle colline o nel cielo; rispetto alla quale niente conta; nella quale riposerò e continuerò a esistere. Realtà, la chiamo. E a volte penso che questa è la cosa che mi è più necessaria: quella che cerco».
(Diario di una scrittrice, ed. Minimum fax. Trad. it. di Giuliana de Carlo) 

«Quel giovane semplice che conoscevo appena, aveva dunque celato in sé l'immenso potere della morte. Cessando di essere aveva rimosso i confini e fuse insieme le separate entità - qui nella stanza con le finestre aperte e il canto degli uccelli fuori. Silenziosamente si era ritirato e mentre la sua voce era niente il suo silenzio è profondo. Ha steso la vita come un mantello perché noi ci passiamo sopra. Dove ci conduce? Arriviamo al bordo e cerchiamo. Ma lui è andato oltre; [...] non c'è più. E noi dobbiamo tornare indietro».
("Simpatia" in Oggetti solidi. Tutti i racconti e altre prose, ed. Racconti. Trad. it. di Adriana Bottini e Francesca Duranti) 

«Lassù in cielo combattono giovani inglesi contro giovani tedeschi. [...] Come può una donna lottare per la libertà senza armi? Fabbricandole, oppure fabbricando vestiti o alimenti. Ma c'è un altro modo di lottare senza armi per la libertà. Possiamo lottare con la mente; fabbricare delle idee». 
("Pensieri di pace durante un'incursione aerea", in Voltando Pagina. Saggi 1904-1941, ed. ilSaggiatore. A cura di Liliana Rampello)

8 gennaio 2017

La realtà storica di Downton Abbey

Dopo diversi anni, questo è stato il primo inverno senza Downton Abbey. La sesta e ultima stagione è andata in onda su ITV l’anno scorso e, da irragionevole appassionata della serie quale sono, nel corso degli ultimi mesi ho dovuto attrezzarmi contro la nostalgia, che si sarebbe sicuramente manifestata durante queste vacanze di Natale, procurandomi qualche lettura “di conforto”. Grazie a riserve bibliotecarie online e alle preziose rimanenze di magazzino delle librerie tedesche ho potuto mettere le mani sulle sceneggiature originali delle prime tre stagioni (libri interessantissimi, soprattutto nelle note esplicative di Julian Fellowes, che offrono informazioni storiche, ritratti sociali e curiosi aneddoti sulla produzione della serie TV) e sui due splendidi volumi fotografici Behind the Scenes at Downton Abbey di Emma Rowley e Downton Abbey: A Celebration. The Official Companion to All Six Series di Jessica Fellowes. 
La lettura più recente è stata invece Lady Almina e la vera storia di Downton Abbey di Fiona Carnarvon, l’attuale contessa di Highclere Castle (nello Hampshire, è la residenza che ha “interpretato” in televisione la casa dei Grantham). Il timore che avevo aprendo la prima pagina, cioè che si trattasse di una storia “rosa”, più romanzata che accurata, si è dissipato in fretta. Il libro – che racconta la vita di Lady Almina, figlia illegittima del ricchissimo Alfred de Rothschild, e moglie di George Herbert, quinto conte di Carnarvon – è infatti scritto bene, in uno stile asciutto e concreto. Le vicende della protagonista assomigliano per molti versi a quelle della Lady Cora della serie televisiva, soprattutto nella descrizione della straordinaria opulenza dell’era edoardiana e ancor di più quando scoppia la prima guerra mondiale (e Highclere, come Downton, diventa un convalescenziario di lusso per ufficiali). La sezione dedicata alla Grande Guerra è particolarmente attenta e coerente: una sorta di reportage storico di grande interesse. 


Altrettanto avvincente è la seconda parte del libro, in cui si narrano le avventure del marito di Almina. Solo quando ho visitato Highclere due anni fa ho scoperto della passione del Conte per l’egittologia e del suo epico contributo alla storia dell’archeologia: grazie alle ricchezze della sua famiglia, Lord Carnarvon finanziò gli scavi dello studioso e amico Howard Carter a Tebe e poi nella Valle dei Re, dove i due si misero alla ricerca delle tombe mancanti di due faraoni di cui all’epoca si conosceva ben poco (Amenothep IV e Tutankhamon). Gli scavi durarono cinque anni e prosciugarono a tal punto le finanze del conte che, nell’agosto del 1922, si decise di rinunciarvi e di fare un solo ultimo tentativo. Miracolosamente, nel novembre successivo Carter trovò una tomba sconosciuta, la cui apertura rivelò un ricchissimo corredo funebre, ancora posizionato esattamente come millenni prima. Nei mesi che seguirono, la continuazione degli scavi dentro la tomba portò alla scoperta del sarcofago di Tutankhamon: Lord Carnavon, però, non vi poté assistere, perché morì al Cairo di erisipela (in seguito all’infezione di una puntura di una zanzara) nell’aprile del 1923.

Un post sulla serie televisiva: «I Crawley e gli altri: il conflitto etnico e sociale a Downton Abbey»
Qualche immagine della Highclere prima della serie tv si può vedere qui 


3 gennaio 2017

Letture di Natale (nel segno del giallo)

Cari lettori di Ipsa Legit, apro quest’anno nuovo con il racconto dei libri che mi hanno fatto compagnia durante le feste natalizie. Dopo tanti mesi in cui mi sono dedicata solo alla letteratura ottocentesca, rileggendo romanzi e facendo varie ricerche tra saggi e articoli di critica letteraria, per le vacanze ho scelto il genere “leggero” che mi piace di più: il giallo. Questa particolare e amatissima forma di narrativa è sempre l’ambiente in cui vado a rifugiarmi quando voglio leggere in spensieratezza, senza adottare tecniche analitiche del testo e senza pensare a come trasformarlo nel soggetto di uno studio critico: non a caso, è durante i giorni più caldi dell’estate o nel periodo di Natale che scelgo questi libri – momenti di riposo e di “svuotamento”, in cui con la scrittura del mistero la mente si rilassa, pur rimanendo ben sveglia e divertendosi un sacco. 
Ho parlato del mio interesse per il giallo in questi vecchi post, nei quali, naturalmente, le caratteristiche identitarie si rivelano sempre essere la lingua inglese (ho tentato altri lidi, ma alla fine non riesco a non tornare lì…) e la penna femminile: ho dedicato due “puntate” alla storia della detective fiction dell’età dell’oro, che ha raggiunto la gloria e il successo anche e soprattutto grazie ad Agatha Christie, Margery Allingham, Dorothy L. Sayers e Ngaio Marsh, in
e in altri due post ho tentato di spiegarmi come mai siano state proprio le donne a eccellere in questo genere di scrittura:
Due dei libri di queste ultime feste appartengono proprio a Dame Ngaio Marsh (1895-1982), neozelandese, celebre autrice di una serie di trentadue gialli in cui il protagonista è lo sfuggente ispettore Roderick Alleyn. Di Marsh la casa editrice Elliot ha recentemente pubblicato in italiano il secondo e il dodicesimo libro della serie: Delitto a teatro (Enter a Murderer, 1935), che ho trovato davvero bello – proprio quello che mi serviva per scollegare i pensieri dalla quotidianità! – e Morte in agguato (Death and the Dancing Footman, 1941) che inizierò a leggere la prossima settimana. Altre opere di quest’autrice sono state tradotte negli anni nella collana dei Gialli Mondadori (trovate l’elenco qui). Quelli di Ngaio Marsh sono gialli classici, che rispettano le regole auree della letteratura del genere: strutturati in modo illuminato, senza lasciare alcun dettaglio al caso, stimolano l’intelligenza del lettore e contemporaneamente lo rassicurano, perché promettono, immancabilmente, la risoluzione finale del caso. Altra storia un po’ thriller (ma non troppo) che ho letto in questi giorni è La classe dei misteri di Joanne Harris – la più recente pubblicazione dell’autrice di Chocolat. Ho scelto questo libro perché è il seguito di La scuola dei desideri, che avevo trovato davvero ben scritto e contraddistinto da un colpo di scena finale da lasciare senza fiato: sebbene questo sequel sia sufficientemente suspenseful, devo dire che purtroppo non ha raggiunto la qualità del suo precedessore. 
Per chiudere, proprio tra la vigilia e il giorno di Natale mi sono immersa nella lettura di una piccola antologia di racconti gialli firmati dalla grandissima P.D. James (1920-2014, di cui ho scritto qui): Un delitto per Natale e altri racconti (Mondadori). Di queste quattro short stories (in due delle quali il protagonista è un giovanissimo Adam Dalgliesh) la prima è deliziosamente perfetta nella sua brevità: James gioca con la rievocazione (e la precisa citazione) dei tratti del mondo di Agatha Christie, ma infine sovverte le convenzioni e lascia l’inconfondibile traccia di una scrittrice contemporanea, che fa rabbrividire più di qualunque omicidio risolto da Hercule Poirot. Il racconto è ambientato durante le feste di Natale del 1940, in una residenza signorile: «d’un tratto la luna spuntò dietro una nube e illuminò in pieno la casa, avvolgendola con una luce bianca e svelando tutta la sua bellezza sospesa tra simmetria e mistero»; «Ricordo i grossi ceppi che bruciavano nel camino, i ritratti di famiglia, l’aria vissuta e confortevole, e intorno ai quadri e alle porte le ghirlande di vischio e di agrifoglio». Un’atmosfera impeccabile, perché offre giusto la sensazione di pace e di conforto che può essere incrinata solo… da un delitto perfetto.

26 dicembre 2016

Di libri, di Natale e di Ottocento

Cari lettori di Ipsa Legit, spero stiate trascorrendo belle giornate di festa e che, come avviene per tradizione in Islanda, possiate approfittarne per dedicarvi in tutta calma alle vostre letture! 
La coincidenza tra il periodo delle strenne e l'idea del libro mi fa sempre pensare a quanto, lungo l'intera storia dell'editoria "di massa" fino a oggi, persino la lettura abbia corso e corra il rischio di diventare oggetto di una fruizione rapidissima e distratta. I libri si pubblicano, si comprano, si ammassano e si leggono voracemente, come se si fosse impegnati in una competizione a chi accumula più titoli: ma è davvero questo lo scopo del leggere? Negli ultimi tempi io ho deciso di limitare la quantità e di privilegiare esclusivamente la qualità dei libri che mi fanno compagnia: mi lascio guidare dal mio gusto personale e da quello di un gruppetto ristretto di persone fidate; chiudo le newsletter pubblicitarie delle case editrici e i vari gruppi di lettura virtuali; mi affido ai cataloghi bibliotecari; seleziono un volume solo dopo aver considerato attentamente la trama, la storia dell'autore e le intenzioni dell'editore e dopo aver letto qualche pagina iniziale, e metto a tacere le mille voci e le mille luci che baluginano come specchietti per le allodole dalle vetrine delle librerie (reali o virtuali). Seguendo questo "metodo" sono riuscita a scoprire e a leggere, negli ultimi due anni, dei libri indimenticabili, dei veri grandi libri, di cui voglio riportare un breve bilancio: 
- Kate Atkinson, Un dio in rovina
- Rachel Field, Tempo immemorabile
- Mary Ann Shaeffer, La società letteraria di Guernsey
- Penelope Lively, Amori imprevisti di un rispettabile biografo
- Simon Mawer, La casa di vetro
- Edith Wharton, La casa della gioia
- Angela du Maurier, Treveryan
- Edmund de Waal, Un'eredità di avorio e ambra
- Ernest Hemingway, Festa mobile
Anche nell'ambito dei classici ottocenteschi (sapete della mia intensa passione per la letteratura vittoriana...) ho deciso di resistere alla furiosa moltiplicazione delle pubblicazioni e di tracciare confini piuttosto netti, con il solo scopo di poter concentrare il mio tempo e la mia attenzione su una manciata di opere di valore superiore, che hanno tanto da insegnare e da dare, e che meritano una lettura profonda, silenziosa, ragionata ed esplorata. Noto che l'Ottocento letterario inglese è spesso vittima di semplificazioni, di riduzione a un'antologia di icone bidimensionali, di punti di vista stereotipati che annullano la sua identità complessa, multiforme, quasi inafferrabile: quando si legge un'opera di letteratura, invece, è necessario svestirsi delle sovrastrutture imposte dalla massificazione del libro ed entrare a capofitto nel testo, sviscerando ogni singola frase, interrogandosi sulle parole e sulla struttura del racconto, alla ricerca degli strati dei significati che rendono l'oggetto che teniamo in mano una vera estrinsecazione dell'umanità, e una parte di noi stessi.
L'augurio che ci rivolgo per queste feste e per il prossimo anno è dunque proprio quello di scoprire l'immensità dell'alta narrativa e della poesia, immergendoci nel silenzio delle nostre poltrone e nella luce della nostra mente di lettori, e disposti a lasciarci cambiare - in meglio - dalle pagine che giriamo, l'una dopo l'altra, in una ricerca personale e culturale piena di fascino. 
La speranza, naturalmente, è che Ipsa Legit possa essere anche per voi un angolo quieto nel quale rifugiarvi per dedicarvi alle vostre ricerche e alle vostre avventure letterarie :) A presto! 

30 novembre 2016

Un dio in rovina

La scorsa settimana ho terminato di leggere un romanzo che entrerà immediatamente nella mia lista dei “da consigliare”. È Un dio in rovina di Kate Atkinson, un libro di quelli dai toni un po’ epici, che racconta la lunga storia di Teddy dalla prima giovinezza fino alla vecchiaia. I piani temporali della storia si intrecciano continuamente, ma la scrittura è così controllata che non ci si confonde mai. Teddy è un animo poeticissimo – il romanzo è cosparso di citazioni di versi, da Hopkins, Blake, Wordsworth, Shakespeare, ... – il cui unico desiderio è una vita semplice e agreste: «un uomo poteva misurare la propria vita in mietiture». Gli piace osservare i modi placidi della natura, gli insetti, le allodole, la forma delle foglie e dei fiori; ama le serate tranquille trascorse a leggere, in compagnia della moglie, davanti al caminetto; adora i cani della sua vita, suoi fedeli e commoventi amici. Lo spaccato storico presentato da questo libro sono gli anni tra la prima e la seconda guerra mondiale, a cui Teddy partecipa in prima persona, come aviatore della RAF. Il racconto della sua esperienza bellica è continuamente accennato, ma mai pienamente esplorato, se non alla fine del libro – e la spiegazione e lì, evidente, straniante e bellissima.
Il romanzo è pervaso dall’amore per i libri, il solo tratto che Viola, la figlia di Teddy, abbia ereditato dal padre: «la sua adolescenza era stata un soggiorno del XIX secolo, nelle brughiere delle sorelle Brontë o infastidita dai rigori dei salotti di Jane Austen. Il suo amore romantico era Dickens, lamica intransigente era George Eliot. Al momento, Viola stava rileggendo una vecchia edizione di Cranford». Altro tema fondante della storia, che però non si impone di prepotenza all’attenzione del lettore, è il ruolo del tempo, dentro e fuori la vita degli uomini. Il tempo è un’essenza che in questo libro cambia continuamente identità, passando dall’essere il semplice orologio dell’esistenza alla natura stessa dei ricordi; da dimensione storica e filosofica («Nel 1947 il tempo era ancora una quarta dimensione sulla quale si era certi di costruire la vita quotidiana») a enigma della narrazione, della nascita, dell’essere e della morte: entità astratta eppure concreta, che ci obbliga, nonostante tutto, a una sospensione del giudizio.
È sul tempo che si gioca il colpo di scena finale di questo romanzo. In Un dio in rovina, insomma, si trova un talento del narrare che non ho trovato comune negli autori contemporanei; la scrittura è bellissima (e la traduzione di A. Storti per questa edizione Nord le rende di certo onore), Teddy è un personaggio che entra nel cuore, e alcuni istanti, che passano come subitanei flash colmi di senso e di sensi, sono indimenticabili. «La distesa di grano era punteggiata di papaveri, macchioline di sangue sulloro»; «C’era soltanto un bellissimo silenzio ultraterreno. Pensò al bosco, alle campanule, al gufo e alla volpe, a un trenino Hornby che rullava sul pavimento della sua cameretta, al profumo di una torta in forno. L’allodola in ascensione sul filo del suo canto».