20 settembre 2017

Elizabeth Gaskell e George Eliot secondo Sara Grosoli

La scorsa primavera ho intervistato la studiosa Sara Grosoli, che ha tradotto per l'Iguana Editrice alcune lettere inedite di Charlotte Brontë (la nostra conversazione si può leggere qui).
Oggi incontriamo di nuovo Sara, che ci ha gentilmente regalato un suo interessantissimo articolo a proposito della ricerca scientifica e sanitaria nei romanzi di Elizabeth Gaskell e George Eliot. Buona lettura!

MENTE E CUORE: LA RICERCA SCIENTIFICO-SANITARIA 
NEI ROMANZI DI ELIZABETH GASKELL E GEORGE ELIOT 
di Sara Grosoli
                                                                   
È impossibile negare l’importanza che il progresso tecnico-industriale e lo sviluppo delle conoscenze scientifiche ebbero in epoca vittoriana. Gli avanzamenti tecnologici comportarono un significativo miglioramento delle condizioni di vita per la classe medio-alta della popolazione. Con le loro menti percettive scrittrici quali Gaskell e Eliot non potevano ignorare questo fondamentale aspetto della società in cui vivevano e ad esso riservarono spazio all’interno dei loro romanzi. 

Negli eccelsi affreschi sociali offerti da Wives and Daughters e da Middlemarch il tema della ricerca scientifica e della pratica clinica rappresenta un filo rosso che collega l’itinerario creativo di due scrittrici che nella vita non ebbero contatti significativi. Le atmosfere rurali delle prime opere pubblicate da Eliot suggerirono ad alcuni lettori la possibilità che dietro lo pseudonimo maschile si nascondesse Elizabeth Gaskell: lo stesso Dickens nel 1859 ipotizzò che la paternità di Adam Bede, la seconda prova narrativa di Eliot, fosse da attribuire in realtà a Gaskell. Non abbiamo elementi certi per affermare che vi sia stata un’influenza diretta di Gaskell, più anziana di nove anni, su Eliot, ma entrambe condividevano lo stesso milieu culturale*: Wives and Daughters venne serializzato su Cornhill Magazine tra il 1864 e il 1866, mentre sul medesimo periodico George Eliot aveva pubblicato a puntate tra il 1862 e il 1863 il romanzo Romola. G.H. Lewes, il compagno di George Eliot, aveva lavorato nello stesso periodo come consulente direttivo per la Cornhill

In entrambi i romanzi che prenderemo in considerazione ci troviamo a contemplare il volto arcaico della medicina: ritrovati e pratiche che a noi sembrano comuni all’epoca non erano ancora stati concepiti, e non esisteva il servizio di assistenza sanitaria garantito a ogni cittadino. Chi non poteva permettersi di pagare le parcelle del medico doveva affidarsi alla benevolenza di corporazioni assistenzialistiche private: una scena centrale di Wives and Daughters si svolge durante il ballo annuale che le tre cittadine del circondario organizzano per raccogliere fondi a favore dell’ospedale della contea. In precedenza era stato citato l’annuale ballo di beneficienza che la regina Charlotte organizzava a vantaggio di un ospedale per i poveri da lei fatto costruire: tale evento era diventato per la classe aristocratica il centro della season londinese. In Middlemarch è il ricco Bulstrode, il filantropo dall’oscuro passato, a finanziare la costruzione di un ospedale. 

In Wives and Daughters il Dottor Gibson, padre della protagonista, è un medico di campagna, ma si dimostra più perspicace di altri medici di fama: la sua diagnosi riguardo alla natura della malattia di Lady Cumnor si rivela esatta in contrasto con il parere di alcuni rinomati specialisti che esercitano a Londra. Egli è onesto, attivo, talmente franco da risultare talvolta brusco; è cortese, ma mai servile, nei confronti dei propri aristocratici pazienti e cura con lo stesso scrupolo anche i contadini più poveri. Affronta epidemie di febbre tifoidea e scarlattina [1] ed è animato da un profondo spirito di curiosità che gli fa condividere le notizie delle scoperte scientifiche più recenti con i rari uomini di cultura che abitano nelle vicinanze. Tuttavia egli lavora in base ad una concezione artigianale della medicina: come facevano gli artisti rinascimentali, tiene a bottega due giovani apprendisti e insegna loro a preparare manualmente le medicine destinate ai pazienti (lo stesso accade in My Lady Ludlow, altro romanzo di Elizabeth Gaskell, dove le giovani pupille della ricca signora vengono addestrate a confezionare pillole e tonici benefici per i poveri del luogo). I limiti della scienza medica coeva vengono evidenziati dall’impotenza del Dottor Gibson di fronte alla malattia della gentile Mrs Hamley: l’unica cura adottabile è di natura palliativa e l’ammalata si spegne in un dolce torpore provocato dalla somministrazione di oppiacei. 

Nonostante la scienza della psicologia fosse all’epoca solo agli albori, tra i protagonisti del romanzo c’è consapevolezza della natura psicosomatica di alcuni mali e della generale influenza della psiche sul decorso delle malattie fisiche: la tensione nervosa subita da Osborne nel nascondere al padre il proprio matrimonio con una donna di estrazione sociale inferiore acuisce la pericolosità della malattia congenita di cui soffre il ragazzo e a ciò molti attribuiscono la rapidità della sua fine; viene definita “febbre nervosa” l’indisposizione che colpisce Molly dopo le traversie legate allo scandalo sentimentale in cui è stata involontariamente coinvolta e dopo gli sforzi patiti per aiutare la famiglia Hamley nei giorni seguenti alla morte di Osborne; la giovane vedova di Osborne, alla notizia della morte inaspettata del marito, cade in uno stato di catalessi e rifiuta di essere alimentata. In quest’ultimo caso il dottor Gibson capisce che l’unico modo per scuoterla dal torpore è farle sentire il pianto del suo bambino: i tanti anni di pratica medica hanno fatto del dottore un buono psicologo e gli hanno mostrato la forza dell’istinto materno. 

Elizabeth Gaskell
Il dinamismo della ricerca scientifica nell’era vittoriana è rappresentato nel romanzo dal personaggio di Roger Hamley, l’innamorato di Molly Gibson. Egli si occupa di scienze naturali: il comportamento delle api e l’anatomia comparata [2] sono solo alcuni dei suoi interessi. Fa ricerca sul campo osservando la flora e la fauna che popolano la tenuta paterna e prelevandone campioni da analizzare con attenzione. Il personaggio è modellato sulla figura del celebre naturalista vittoriano Charles Darwin. Ricordiamo che Elizabeth Gaskell era legata da una lontana parentela alla famiglia Darwin e condivideva con essa la fede unitariana. Il romanzo, ambientato tra il 1827 e il 1830, illustra l’arretratezza del sistema universitario contemporaneo: all’università di Cambridge non si studiavano le scienze naturali (solo nel 1848 fu possibile farlo), così Roger si laurea in scienze matematiche. 

Nella società provinciale dove risiedono i protagonisti si forma un piccolo circolo interclassista di amanti delle scienze, i cui membri sono soliti scambiarsi i periodici scientifici più aggiornati: il timido Lord Hollingford, non potendo condividere il suo interesse per la ricerca con gli aristocratici suoi pari, è felice di procurare a Roger e al Dottor Gibson un articolo pubblicato su una rivista straniera che parla di osteologia comparata [3]. In seguito Roger pubblica una relazione per confutare le teorie di un celebre fisiologo francese e, nonostante la giovane età, si attira il plauso degli esperti. 

Sempre grazie all’interessamento di Lord Hollingford, Roger ottiene un incarico prestigioso e molto ben retribuito alla guida di una spedizione scientifica in terra africana [4]. Il viaggio è stato finanziato dal lascito testamentario di un ricco erudito che desiderava raccogliere reperti naturalistici in vista della fondazione di un museo che portasse il suo nome. Le lettere spedite da Roger nel corso del suo viaggio vengono lette da Lord Hollingford durante la riunione annuale della Geographical Society e fanno guadagnare al giovane naturalista le lodi degli esperti. Durante la sua missione Roger si ammala di febbre tropicale, ma si cura da solo con la provvista di chinino che aveva portato con sé dall’Inghilterra. 

Prendendo in considerazione la carriera di Roger possiamo osservare il mutamento sociale proprio dell’età vittoriana. In genere il secondogenito di una famiglia aristocratica, non potendo contare sul patrimonio paterno, sceglieva la carriera nelle forze armate (pensiamo a Rawdon Crawley in Vanity Fair di Thackeray) o la professione ecclesiastica (Edmund Bertram in Mansfield Park di Jane Austen). Grazie alle sue doti intellettuali, Roger, invece, conquista una posizione nella collettività che lo emancipa dai tradizionali meccanismi sociali in vigore presso l’aristocrazia terriera: il suo nome diviene noto non in virtù dell’appartenenza a una nobile stirpe, ma per le scoperte scientifiche da lui fatte sul campo. 

In Middlemarch di George Eliot l’elemento della ricerca e della pratica medica confluiscono in un unico personaggio: Lydgate, medico generico e ricercatore di istologia. Lydgate considera la propria professione la migliore in assoluto perché riunisce in sé la possibilità di ottimizzare la vita dell’umanità e l’opportunità di esercitare al massimo livello le facoltà intellettuali di chi ama la scienza. L’amore per il proprio mestiere è ciò che a Lydgate invidia l’amico Farebrother: questi, una delle figure più amabili e simpatiche del romanzo, è un appassionato di entomologia che ha dovuto scegliere la carriera ecclesiastica per sbarcare il lunario. 

Appena il giovane medico giunge a Middlemarch, le prime informazioni che circolano sul suo conto riguardano le sue origini altolocate: lo zio è un baronetto e gli ha procurato una lettera di presentazione per Mr Brooke, un possidente locale che esercita anche le funzioni di magistrato. Il denaro della famiglia ha consentito a Lydgate di frequentare prestigiosi corsi di medicina a Parigi, Londra ed Edimburgo. La menzione di Parigi ha un particolare significato: ci viene detto che Lydgate compie ricerche sul tessuto primordiale che dovrebbe essere alla base della formazione dei vari organi del corpo umano e, infatti, nella capitale francese gli studi di patologia anatomica erano d’altissimo livello perché, a differenza di quel che avveniva in Inghilterra, non c’erano pregiudizi contro la necessità di utilizzare reperti autoptici. Nella mente del popolo inglese, invece, era ancora viva l’eco della storia di Burke e Hare, giustiziati nel 1829 per aver strangolato un gran numero di individui allo scopo di rivendere i loro cadaveri a medici interessati a fare autopsie per lo studio anatomico. Questo caso di cronaca nera portò a coniare il neologismo inglese to burke, che significa appunto “soffocare”. Inoltre l’ostessa di Middlemarch osserva che: «un medico avrebbe dovuto sapere cosa avevi prima che tu morissi, e non frugarti dentro quando eri già morto». 

Quando il medico neofita si insedia nel suo nuovo luogo di residenza, la sua passione per le nuove metodologie terapeutiche incontra la diffidenza iniziale della popolazione locale, che è divisa tra chi sostiene le “cure corroboranti” (somministrazione di bevande alcoliche e di chinino) e quelli che si fidano solo del “metodo debilitante” (uso di salassi e applicazione di vescicanti). 

George Eliot
Lydgate, in realtà, vorrebbe sfruttare gli istinti filantropici dei magnati di Middlemarch per trasformare la vecchia infermeria in un ospedale attrezzato per curare le malattie infettive, un centro da cui un domani potrebbe nascere una scuola di medicina che consenta ai migliori ingegni provinciali di studiare senza per forza dover emigrare nella capitale del regno. Purtroppo egli è distolto dai suoi razionali progetti di miglioramento sociale dalle avvilenti dispute riguardanti la nomina del cappellano ospedaliero: per avere il sostegno finanziario del banchiere metodista il dottore deve votare contro la nomina dell’amico Farebrother, imparando quanto sia difficile conservare la propria indipendenza in una piccola cittadina di provincia dove gli interessi di tutti sono correlati. 

In aggiunta a questo, al giovane medico capita più volte di dover correggere le diagnosi errate fatte dai suoi colleghi più anziani e ciò gli attira le loro antipatie. Contro le meschine rivalità professionali incontrate a Middlemarch, Lydgate trae conforto dall’esempio di Vesalio, il quale fu ingiuriato e diffamato per aver smentito le teorie di Galeno su cui si fondavano le conoscenze mediche del Rinascimento. 

Nell’intento di dare verosimiglianza ai discorsi tra Lydgate ed i suoi colleghi George Eliot consultò ripetutamente il Lancet, la famosa rivista medica di orientamento progressista. Per tracciare la traiettoria della ricerca scientifica compiuta da Lydgate, George Eliot si ispirò a figure reali come François Bichat, chirurgo francese fondatore dell’istologia generale, e Pierre C. Louis, autore di un celebre trattato sulla febbre tifoidea. 

Proprio quando i preparativi fatti da Lydgate per arginare un’epidemia di colera in arrivo da Londra sono stati ultimati, il medico viene implicato nella rovina sociale di Bulstrode. Su di lui si diffondono infamanti dicerie: secondo i nemici del banchiere Lydgate lo avrebbe aiutato ad accelerare la dipartita di un ricattatore a conoscenza della sordida fonte delle sue ricchezze. Tutto ciò, unito ai debiti contratti per mantenere nel lusso la pretenziosa giovane moglie, lo costringe ad allontanarsi da Middlemarch. Forzato dalle necessità familiari ad assumere un incarico poco gratificante presso una stazione termale frequentata da ricchi “malati immaginari”, Lydgate muore a soli cinquant’anni con la sensazione di aver sprecato le proprie risorse intellettuali. 

Un altro elemento di correlazione tra i due romanzi qui analizzati è l’analisi di casi clinici di pertinenza cardiologica. In Wives and Daughters la patologia di Osborne Hamley diventa tassello fondamentale per lo sviluppo dell’intreccio. In Middlemarch, invece, la malattia di Causabon non è un elemento di rottura: il lettore si aspetta che egli muoia prima della giovane moglie, data la grande disparità anagrafica, ma la disfunzione cardiaca del personaggio diventa simbolo della sua personalità inaridita ed anaffettiva. 

Osborne Hamley interpretato da Tom
Hollander nello sceneggiato
Wives and Daughters
Osborne è affetto da spossatezza fisica e difficoltà respiratorie. Avendone notato il passo rallentato, il Dottor Gibson lo scambia per un uomo di cinquant’anni. Gli sente il polso e, essendo affezionato al giovane, spera che il malessere sia d’origine psicologica. Per togliersi ogni dubbio, richiede il consulto di un collega. La diagnosi è infausta: si tratta di un aneurisma dell’aorta. Se è vero che nel 1817 il pioniere della chirurgia Sir Astley Cooper (1768-1841) - che fu presidente del Collegio dei chirurghi e chirurgo di re Giorgio IV e che nel romanzo è citato come ospite di Lord Cumnor ad una cena cui è presente lo stesso Dottor Gibson - eseguì la prima operazione di legatura dell’aorta, dobbiamo aspettare il 1951 per il primo intervento di completa sostituzione di un’aorta danneggiata, ed anche allora il tasso di mortalità si aggirava intorno al 30%. 

In Middlemarch il cuore di Mr Casaubon, un uomo isterilito dall’ambizione intellettuale e incapace di provare passioni, dà segno di sé solo quando si ammala. Lydgate lo ausculta con lo stetoscopio, uno strumento nuovo per l’epoca dato che fu inventato nel 1817. E fu proprio l’inventore dello stetoscopio, Renè Laënnec, a diagnosticare per primo con esattezza la patologia di cui soffre Mr Casaubon: l’ipertrofia cardiaca. La malattia ha una prognosi incerta: come Lydgate spiega alla moglie del paziente, se verranno rispettate alcune precauzioni, ci potrebbe essere una sopravvivenza di quindici anni, ma è pure possibile che la morte sopraggiunga presto ed all’improvviso. 

Ma il cuore può essere anche metaforicamente malato. Come dice, dall’alto della sua esperienza, il Dottor Gibson: «Give me a wise man of science in love! No one beats him in folly!» [5]. Sia Lydgate che Roger Hamley si innamorano di donne d’appariscente bellezza, ma egoiste e vanitose. Mentre Lydgate deve ridimensionare le proprie ambizioni scientifiche a causa della infelice scelta matrimoniale commessa, Roger si salva trovando il vero amore in una donna sensibile e generosa come Molly Gibson. Se è vero che per alcuni Middlemarch è il romanzo del fallimento esistenziale, indubbiamente Wives and Daughters offre uno sguardo di maggiore positività. 

L’amore per la tradizione storica e letteraria non precluse ad autrici di eccezionale sensibilità ed intelligenza come Gaskell e Eliot la possibilità di comprendere l’evoluzione della società inglese indagandone anche i volti non immediatamente riconoscibili. Entrambe colsero l’occasione di vivere in un’età di straordinarie trasformazioni e ne fecero materiale narrativo per le loro opere.


NOTE:
[1] L’unico figlio maschio di Elizabeth Gaskell morì per le conseguenze di questa malattia all’età di un anno appena.
[2] L’anatomia comparata è una branca della scienza sviluppata da Lamarck, Cuvier e Saint-Hilaire. Le dispute tra gli esperti vertevano sulla natura delle specie animali, sulla loro fissità o sulla loro evoluzione. Lo studio dell’anatomia comparata condusse Charles Darwin all’elaborazione della sua teoria sull’evoluzione delle specie.
[3] L’osteologia comparata è lo studio della genesi e della disposizione strutturale dell’apparato osseo.
[4] Charles Darwin salpò per un’esplorazione sovvenzionata dal governo a bordo dell’HMS Beagle. La missione scientifica durò dal dicembre del 1831 all’ottobre del 1836.
[5] «Datemi uno scienziato innamorato! Non lo batte nessuno in quanto ad assurdità» (E. Gaskell, Mogli e figlie, trad. it. di Mara Barbuni, Jo March 2015, p. 675).

* Elizabeth Gaskell e George Eliot si scambiarono anche delle lettere: si veda The Letters of Elizabeth Gaskell, in particolare le lettere 431 e 449 (nota di Ipsa Legit). 

17 agosto 2017

Un'estate fra i libri

È passata la prima metà d’agosto, e prosegue la mia estate concitata e pienissima di impegni, letterari e non solo. L’autunno e l’inverno porteranno un trasferimento e l’inizio di un nuovo lavoro, ma soprattutto delle nuove pubblicazioni, di cui non vedo l’ora di potervi parlare! Questi caldi mesi estivi sono dunque trascorsi tra i libri che mi sono serviti per lavorare: classici e tanta, tanta saggistica critica. Per la sera e le ore libere, dunque, ho scelto narrativa più leggera, riletture e saggi non letterari.
La mia tradizionale immersione nel giallo ha previsto, di J.C. Masterman, Tragedia a Oxford (Polillo), il classico giallo dell’età d’oro, con una coinvolgente voce narrante e la magnifica ambientazione universitaria; di P.D. James, Un lavoro inadatto a una donna (Mondadori), il primo giallo della serie dedicata all'investigatrice privata Cordelia Gray; di Ian Sansom, Il reverendo, le rose e le stravaganze del professore (TEA), un surreale esempio di picaresco moderno, molto intenso e ben scritto nei primi capitoli, in seguito appesantito dalla sua stessa sofisticatezza; di Andrew Nicoll, La vita segreta e la strana morte della signorina Milne (Sonzogno), ben scritto, soprattutto all’inizio, ma che in seguito si “sfilaccia” un po’, per arrivare a una conclusione piuttosto debole; di Agatha Christie, Giochi di prestigio, Polvere negli occhi e È un problema (Mondadori), uno dei suoi capolavori. 
Per la grande letteratura, Ognuno muore solo di Hans Fallada (Sellerio), spietato racconto degli anni del regime nazista nel suo centro nevralgico, Berlino, in un lucido esame della miseria morale dell’uomo; e di Henry James, Roderick Hudson, il primo, grande “romanzo del Grand Tour” della narrativa jamesiana. Per la saggistica, ho letto invece, di Giuseppe Antonelli, Volgare eloquenza (Laterza), un saggio sul linguaggio della politica italiana contemporanea: idea interessante, ma svolgimento molto, troppo semplice – mi aspettavo qualcosa di più; e l’eccellente C’era una volta la Ddr di Anna Funder (Feltrinelli), che con l’andatura di un romanzo mi ha riportata tra le strade di Berlino, per raccontare l’incredibile tragedia del Muro e della normalizzata e sistematica soppressione della libertà personale nella Germania Est.
Infine, sto rileggendo con grande diletto The Distant Hours di Kate Morton, e mi rendo conto che è il suo libro più maturo (insieme a The Secret Keeper): la riflessione sui meccanismi del tempo, l’osservazione della malattia mentale, e soprattutto questa scrittura sempre sotto controllo, che sa dilungarsi anche senza movimenti della trama, incantandoci per il suo inglese splendido, contraddistinto da un lessico prezioso, e inoltrandosi nelle dinamiche del pensiero dei personaggi, nella psicologia dello spazio domestico e nell’antropomorfismo degli oggetti. «Have you ever wondered what the stretch of time smells like? […] Mould and ammonia, a pinch of lavender and a fair whack of dust, the mass disintegration of very old sheets of paper. And there’s something else, too, something underlying it all, something verging on rotten or stewed but not. […] It’s the past. Thoughts and dreams, hopes and hurts, all brewed together, fermenting slowly in the fusty air, unable ever to dissipate completely».
Ora, però, devo tornare a scrivere… Buona ultima parte d’estate a tutti i lettori!

17 luglio 2017

I piccoli piaceri della vita

Ieri, nello spazio di una sera, ho letto La prima sorsata di birra e altri piccoli piaceri della vita di Philippe Delerme (Frassinelli, trad. dal francese di L. Prato Caruso). È un libretto minuscolo, adattissimo a una sera d’estate in terrazzo, con il sole che tira tardi dietro le colline e tanto silenzio intorno. Ogni suo capitolo è dedicato a ciò che l’autore definisce “un piacere della vita” – un oggetto, o un’occasione, sempre densi però di ricordi d’infanzia, e di richiami a una nostalgia insopprimibile e dolcissima. Lo stile è quello fotografico degli istanti, delle impressioni: sono capitoli di una manciata di righe, che proprio per la loro brevità sono capaci di rievocare intensissimi i colori di un’immagine: il nero succoso delle more da raccogliere, il verde tenero dei piselli da sgranare, la maglia giallo acceso del Tour de France, il bianco delle boule de neige. Ma tutti i sensi sono coinvolti in questa catalogazione del piacere malinconico degli oggetti. 
Da diversi mesi sto lavorando sulla valenza memoriale e psicologica che “le cose” assumono nella nostra vita quotidiana: è stato questo il motore della ricerca per la stesura dei miei ultimi saggi (Elizabeth Gaskell e la casa vittoriana e Le case di Jane Austen) ed è sempre questo il centro degli scritti di cui mi sto occupando attualmente. Ci sono oggetti che assorbono una parte di noi, e che ce la restituiscono ogni volta che li guardiamo e li tocchiamo. Il libretto di Philippe Delerme ci parla proprio di questo, della comunicazione con noi stessi che intratteniamo quando percepiamo un certo odore, ritroviamo un certo oggetto, posiamo lo sguardo su un certo gioiello – quando sentiamo, direbbe qualcuno, l’aroma di una madeleine. Una comunicazione che riesce ad annullare, per un attimo, le tracce del passare del tempo.
Foto scattata alla fiera dell'antiquariato di Neuchâtel
Scrive Delerme che in questi istanti, «in questo presente gratuito, sonnecchia il passato»; evoca i marciapiedi deserti della domenica, quando si esce prima di tutti gli altri per comprare le paste o le brioche; richiama il nitore perfetto della «cucina delle undici, la cucina dell’acqua fredda, delle verdure mondate»; dice che «l’odore delle mele è doloroso. È l’odore di […] una lentezza che non meritiamo più»; indugia sulla scelta della tinta di un maglione nuovo per l’autunno, per «comprare il colore dei giorni»; e ritrova, come succede sempre anche a me, il conforto di un romanzo di Agatha Christie, dove, nonostante il delitto, «tutto è calmo. Gli ombrelli sgocciolano nell’entrata e una cameriera dalla pelle di latte si allontana sul parquet biondo lucidato con la cera d’api».

5 luglio 2017

Avremo sempre Parigi

In queste lunghe e calde sere estive, magari dopo una dura giornata di lavoro, c'è sicuramente bisogno di sognare un po'. Sognare passeggiate al fresco, musica lieve lungo le strade, un bicchiere gelato al tavolino di un bistrot. Il libro adatto per simili rêveries è Avremo sempre Parigi di Serena Dandini, una raccolta di "camminate sentimentali" ispirate ciascuna a una delle icone della città. 
L'ho trovato un libro davvero bello, scritto con semplicità e avvolgente come una nuvola di lino, con qualche filo di malinconia intrecciato qua e là tra le righe. Non si raccontano i luoghi già noti, ma le retrovie di Parigi, che sprigionano il ricordo e quasi la presenza fisica dei personaggi che hanno fatto la grande storia della ville lumière. Suggestive sono le decine e decine di citazioni letterarie, che ci restituiscono proprio la vitalità artistica e poetica della città e che l'autrice sparge a piene mani nel suo testo, trasformandolo in una specie di affascinante antologia.
Foto: (c) IpsaLegit 2015 
Muovendosi con grazia tra le voci del suo "disordine alfabetico" - Bistrot, Halles, Impressionisti, Fiori, Passages... - si leggono le storie di Wilde, Hemingway e Dumas, si assaporano gli aromi della Brasserie Lipp, della Closerie des Lilas, del Deux Magots e delle pasticcerie di lusso, si odorano le fragranze dell'erba dei giardini e delle profusioni di fiori al Luxembourg o al Jardin des Plantes, si sprofonda nei colori del Museo Marmottan e delle Ninfee all'Orangerie, si toccano libri invecchiati, fotografie vintage e i tessuti preziosi del Musée de la Mode, si ammirano i negozi nascosti incastonati nei Passages, si assaggiano con la mente le madeleines della nonna di Proust e si vaga pensosi tra le fila di tombe illustri dei cimiteri. Ci si trasforma, insomma, in emozionati flâneurs.

Le Ninfee di Claude Monet. Foto: (c) IpsaLegit 2015

Scrisse Sciascia che le terrazze dei bistrot parigini "fiorivano di tavoli rotondi dalle gambe sottili, e i camerieri avevano l'aspetto dei giardinieri, e quando versavano il caffè e il latte nelle tazze pareva annaffiassero delle bianche aiuole". E Baudelaire: "È una gioia senza limiti prendere dimora nel numero, nell'ondeggiare, nel movimento, nel fuggitivo e nell'infinito. Essere fuori di casa, e ciò nondimeno sentirsi ovunque nel proprio domicilio". 
Foto: (c) IpsaLegit 2015
Chiudiamo gli occhi, allora, e sulla scia di una frase di Simenon immaginiamo "la Senna che scorreva al di là degli alberi, i battelli che passavano, le macchie chiare dei vestiti delle donne sul Pont Saint-Michel".

In questo blog sono più d'uno i post dedicati a Parigi. Per scoprirli, cercate l'etichetta La serie parigina. 
Della Parigi di Edith Wharton ho scritto un pezzo per Turismoletterario.com: http://www.turismoletterario.com/blog/edith-wharton-a-parigi/

23 giugno 2017

Viaggio della memoria #2 - La geografia di Jane Austen

Proprio in questi giorni, un gruppo di Soci della Jane Austen Society of Italy sta visitando l’Inghilterra meridionale, in direzione delle tante tracce del passaggio biografico di Jane Austen. Approfitto di questa circostanza per dedicare la seconda tappa del viaggio della memoria proprio a “Austenland” e ai luoghi vissuti dalla scrittrice, che ho potuto vedere durante il mio soggiorno inglese. 
Chawton: il tavolino di Jane, il cottage visto dal
giardino, il viale d'accesso a Chawton House,
le tombe della madre e della sorella di Jane
Non posso che iniziare da Chawton, dove Austen visse con la madre, la sorella Cassandra e l’amica Martha Lloyd dal 1809 fino alla morte nel 1817. Il cottage è un bell’edificio di mattoni rossi circondato da uno splendido giardino; all’interno si possono visitare le stanze abitate dalle Austen e ammirare alcuni interessanti memorabilia, tra cui il più celebre è senza dubbio il calamaio con la penna, posato sul tavolino circolare su cui la scrittrice lavorò alle sue opere. 
Jane Austen morì a Winchester, in una casa al Numero 8 di College Street, ed è sepolta nella cattedrale: una destinazione immancabile per chi decida di compiere un viaggio austeniano; ma forse ancora più importante è visitare la città di Bath, dove la scrittrice visse per diversi anni e dove ambientò parte di Northanger Abbey e di Persuasione. Bath è un luogo incantevole e le passeggiate tra le inconfondibili mura in pietra color crema sono deliziose. 

Bath
Per chi ama un’atmosfera meno settecentesca e già spinta verso il Romanticismo, Lyme Regis, nel Dorsetshire, è una meta da non perdere. Le bottegucce, le stradine silenziose, il Cobb (dove Louisa Musgrove si ferisce, in Persuasione), il mare sempre fremente e le spiagge che a ogni bassa marea rivelano i loro tesori paleontologici rimarranno sempre nei ricordi di ogni visitatore.

Lyme Regis
Jane Austen vi trascorse due vacanze insieme ai genitori; nel corso di un’altra estate sul mare, nel Devonshire, incontrò, si dice, un uomo di cui si innamorò, ricambiata. L’attesa di poterlo rivedere, l’estate successiva, fu dolorosamente delusa dalla morte di lui. 
Infine, per tornare nello Hampshire, la città più grande della contea, Southampton, può valere una visita. Ho fatto una passeggiata intorno alle mura, in attesa di imbarcarmi sul traghetto che mi avrebbe condotta sull’isola di Wight, e ho scoperto che l’amministrazione cittadina ha dedicato a Jane Austen una sequenza di targhe che descrivono accuratamente le tracce del suo passaggio. 

Southampton
Per saperne di più sulla geografia austeniana, non potete perdere il diario di viaggio di Constance Hill Jane Austen: i luoghi e gli amici (Jo March - oggi disponibile in una nuova edizione). Se vi interessa l’aspetto della vita domestica e delle case di Jane Austen – sia quelle “reali” che quelle della narrazione – all’inizio di quest’anno la casa editrice flower-ed ha pubblicato il mio saggio Le case di Jane Austen. Ai luoghi austeniani ho dedicato anche un articolo («Una topografia del mondo di Jane Austen») uscito nell’ultimo numero della rivista Leggendaria.

21 giugno 2017

Viaggio della memoria. Prima tappa: Bristol e i Romantici

È il primo giorno d’estate, e come ogni anno mi crogiolo nei ricordi della “mia” Inghilterra – quell’isola incantata, alla quale non farei che ritornare, perché è il luogo in cui più che altrove riesco a sentirmi come dentro un libro (per quanto debba ammettere che la campagna della Svizzera Romanda, con le spighe dell’orzo sfiorate dal vento, che si stende oggi fuori dalla mia finestra, ci assomiglia molto…). 
Bristol - Cattedrale 
Dieci anni fa, di questi tempi, stavo pianificando una lunga permanenza, per motivi di studio, nel Regno Unito. Scrivevo la tesi di dottorato sulla poesia femminile del Romanticismo, e la sede del mio soggiorno non poteva che essere Bristol. Tra gli anni 1780 e 1830 la città era davvero il place to be, con una vitalità intellettuale e culturale straordinaria, che attirava pensatori, scrittori, artisti e militanti politici. Basti pensare che le Lyrical Ballads di Wordsworth e Coleridge, considerate la pietra miliare del Romanticismo inglese, furono pubblicate dall’editore Joseph Cottle, di Bristol. 

Tintern Abbey
Cottle ospitò Wordsworth e la sorella Dorothy nella propria casa di Wine Street nel 1798: nel corso di quel soggiorno i due fratelli visitarono Tintern Abbey (in Galles) e la celeberrima poesia di William, Lines Composed a Few Miles Above Tintern Abbey, fu terminata proprio in città. Scrive Wordsworth: «La iniziai lasciando Tintern, dopo aver attraversato il fiume Wye, e la conclusi, mentre rientravamo a Bristol, di sera, dopo un’escursione insieme a mia sorella durata quattro o cinque giorni. Nessuno dei suoi versi è stato modificato da allora, e nessuna parte fu scritta prima di raggiungere Bristol». Sappiamo infatti che il poeta era solito comporre i suoi versi ad alta voce, e metterli su carta in un momento successivo, affidandosi alla memoria (ce lo spiega lui stesso, del resto, in The Solitary Reaper). 
Non era la prima volta che William e Dorothy soggiornavano in città. Nel 1795 furono ospiti di un commerciante di zucchero, John Pretor Pinney, e in quell’occasione Wordsworth fu presentato a Cottle, a Robert Southey e a Coleridge. La casa di Pinney è oggi un museo, il Georgian House Museum, ad accesso libero: le undici stanze, distribuite su quattro piani, sono un’eccellente rappresentazione di struttura e di arredamento domestici nell’età georgiana. 

Georgian House Museum

Nel 1795, Coleridge, Southey, e George Burnett, i fondatori della Pantisocracy, condividevano una casa al numero 25 di College Street. Due anni dopo, Coleridge sarebbe tornato a Bristol per incontrare Anna Barbauld, allora ospite del reverendo unitariano John Prior Estlin in St. Michael’s Hill. Tra i protagonisti della cultura della città, infatti, si annoverano anche le donne: al Numero 43 di Park Street, Hannah More e le sue sorelle fondarono una scuola per ragazze, le cui materie principali erano il francese, la scrittura, l’aritmetica e il cucito. Tra le protette di Hannah More ci fu, per un periodo, Ann Yearsley, una promettente poetessa definita anche “la lattaia di Bristol” (viveva a Clifton Hill) per via del mestiere che svolgeva prima di diventare una scrittrice pubblicata. 
Tra il 1795 e il 1796, alla Rummer Tavern, in All Saints Lane, un gruppo di amici fondò The Watchman, un periodico radicale che pubblicava notizie, resoconti dei lavori parlamentari, saggi, poesia e recensioni: il direttore era Samuel Taylor Coleridge. In un altro esercizio pubblico, la White Lion Inn (che oggi non esiste più), il poeta tenne una serie di lezioni su Shakespeare; altre sue conferenze, di argomento politico, furono ospitate al Corn Market, in Wine Street. Legate a Coleridge sono anche la bellissima Queen Square (lo scrittore vi soggiornò nel 1813) e la chiesa di St. Mary Redcliffe, dove Coleridge sposò Sarah Fricker. 
St. Mary Redcliffe
Proprio a St. Mary Redcliffe il poeta Thomas Chatterton, originario di Bristol, dichiarò di aver ritrovato le poesie manoscritte del monaco del Seicento Thomas Rowley – poesie composte invece dallo stesso Chatterton. E parlando di Romanticismo e di pittoresco e sublime, non si può che ricordare l’Avon Gorge, la valle scavata dal fiume che era già una importante attrazione turistica all’inizio dell’Ottocento (oggi attraversata dal Clifton Suspension Bridge, inaugurato nel 1864) e che ancora oggi lascia un’impressione indelebile su chi cammina lungo il ponte. Nella sua elegia dedicata a Chatterton, Coleridge lo immagina intento a vagabondare sui margini della «ripa rocciosa dell’Avon», dove «fluttuano urlanti i gabbiani».

Clifton Suspension Bridge (cartolina)

7 giugno 2017

Casa Howard

Hayley Atwell e Matthew MacFayden,
protagonisti della miniserie BBC (2017)
Ho letto di recente che la BBC sta lavorando a una miniserie in quattro episodi ispirata a Howards End, il romanzo di Edward Morgan Forster da cui nel 1992 è stato tratto il bellissimo film di James Ivory, con Emma Thompson e Anthony Hopkins. Ho approfittato della notizia per rivedere il film e soprattutto per rileggere il libro, di cui mi sono procurata una nuova edizione (Mondadori, con traduzione di Paola Campioli); e come spesso accade quando si rientra in un romanzo visitato tanti e tanti anni prima, l’esperienza è stata molto diversa. Se è vero che siamo quello che leggiamo, è vero anche che ciò che leggiamo cambia a seconda dei nostri personali mutamenti. 
Casa Howard, scritto nel 1910, è un’indagine, ricca di simbologie, delle forze sociali, filosofiche ed economiche attive in Inghilterra nel mondo ancora pseudo-innocente che ha preceduto la prima guerra mondiale. La nazione si mostra al culmine del suo trionfo imperiale, eppure già manifesta il germe di una corrosiva falsa moralità e dei tormentosi dubbi sul futuro dell’Inghilterra. Come ha scritto Lionel Trilling, la domanda cruciale di questo romanzo è: “Chi erediterà l’Inghilterra?” – ci si chiede cioè quale sarà la classe sociale che darà una definizione all’identità della nazione. I tre ceti rappresentati nel romanzo sono la upper class che vive agiatamente di rendita, ovvero Margaret ed Helen Schlegel, colte, idealiste e dall’aria “straniera” (sono infatti di origine tedesca); i Wilcox, la middle class la cui ricchezza deriva dal lavoro, “inglesi” fino al midollo; e i coniugi Bast, che lottano quotidianamente con la povertà e lo spettro della perdita del lavoro e della reputazione. È naturalmente il Caso («ordinata follia», la chiama lo scrittore) a mettere in contatto questi tre gruppi sociali così diversi: le Schlegel incontrano i Wilcox in vacanza; successivamente, lo smarrimento di un ombrello innesca la strana amicizia tra le sorelle e il disgraziato Leonard Bast, la cui sorte Forster designa con una frase terribile, di un’attualità raggelante («la meno riuscita non è la carriera dell’uomo che è stato colto impreparato, ma di quello che si è preparato e non è mai stato colto. Su una tragedia di questo genere la morale del nostro paese mantiene il debito silenzio»). 
Le storie di questi personaggi si intrecciano intorno a tre perni simbolici fondamentali, che sono i libri, il denaro e la casa. Con i libri – di cui Margaret ed Helen (e il fratello destinato a Oxford) si nutrono quasi inconsciamente, perché fanno parte del tessuto connettivo della loro famiglia – Leonard tenta di sfuggire al penoso destino che gli è toccato: legge la sera, quando torna stanco dal lavoro, e nonostante le proteste della moglie meschina e ignorante; legge per migliorarsi, confidando che il suo futuro sarà migliore proprio grazie a una migliore istruzione. Di libri, invece, i Wilcox non si occupano mai, perché la rete di sostegno della loro famiglia è offerta dal lavoro che produce denaro. Anche con i soldi le ragazze Schlegel intrattengono un rapporto inconsapevole (ne hanno così tanti da non doversene preoccupare), ma, proprio per questo, quando decidono di intervenire nelle questioni finanziarie altrui generano confusione, e in ultima istanza la tragedia. 
E infine c’è la casa, che come suggerisce il titolo stesso del romanzo, è il centro attrattivo dell’intera azione. Casa Howard appartiene ai Wilcox, ma sono le sorelle Schlegel a innamorarsene davvero (illegittimamente, ma appassionatamente) e a restituirle la vita; il loro desiderio per quella casa è in fondo ciò che mette in moto la narrazione, ed è nello spazio della casa che questa si conclude, arrivando infine a dare una risposta alla questione portante del libro. Come scrive Forster, «Non sono i tipi come loro a creare gli spettacoli della storia: il mondo sarebbe un luogo grigio ed esangue se fosse interamente composto di signorine Schlegel. Ma, il mondo essendo quello che è, forse esse vi risplendono come stelle». 
Fotogramma dal film di James Ivory
L’immagine dell’Inghilterra che Forster offre in questo romanzo è un altro ingrediente della sua suggestività. L’idea di bellezza, e di libertà, e di movimento che le sue descrizioni ci regalano sono ancora più struggenti, se rilette alla luce della cronaca di questi giorni, in cui si ha quasi la tentazione di avere paura del viaggiare e del muoversi: «Margaret […] aveva forti sentimenti nei confronti delle varie stazioni ferroviarie di Londra. Sono le nostre porte verso il glorioso e l’ignoto. Attraverso di esse andiamo incontro al sole e all’avventura e a esse, ahimè, torniamo. Nella stazione di Paddington è latente tutta la Cornovaglia e il remoto occidente; in fondo al pendio di Liverpool Street si stendono le paludi e gli sconfinati Broads; la Scozia è oltre i piloni di Euston; il Wessex dietro l’equilibrato caos della stazione di Waterloo. […] A Margaret la stazione di King’s Cross aveva sempre suggerito l’infinito». È quasi cinematografica, poi, la visione del paese a volo d’uccello che ritroviamo nel capitolo 19: «Volendo mostrare l’Inghilterra a uno straniero, forse la cosa più saggia sarebbe condurlo sulle colline di Purbeck e farlo sostare sulla loro sommità. L’uno dopo l’altro i sistemi geografici della nostra isola si riunirebbero ai suoi piedi. […] Wight è bella oltre le leggi della bellezza. È come se un frammento d’Inghilterra fluttuasse incontro al forestiero per salutarlo. […] E dietro a questo frammento sta Southampton, ospite delle nazioni, e Portsmouth, un fuoco latente, mentre tutt’intorno turbina il mare. […] La ragione viene meno, come un’onda, sulla spiaggia di Swanage; l’immaginazione si gonfia, si allarga e si approfondisce, finché diventa geografica e circonda l’Inghilterra». 
Chi eredita, dunque, tutta questa bellezza? È un insolubile intreccio di classe, la più alta e la più bassa, imparentate con la solida borghesia, e destinate a riprodursi tra le quattro pareti di una casa, Howards End, che rappresenta la tradizione stessa dell’Inghilterra: i papaveri tra le spighe, gli alberi di susine, il campo da tennis, le siepi di rose canine, i gigli, i tulipani, l’olmo – la fertilità opulenta del suolo. In conclusione, «il piccolo, sbagliato incontro a Casa Howard era vitale. I suoi effetti si erano propagati fin dove rapporti più seri restavano sterili; era più forte dell’intimità tra sorelle, più forte della ragione o dei libri».