25 dicembre 2012

Tanti tanti auguri!

Foto di Mara Barbuni

22 dicembre 2012

Piccole donne

danidraws.com
“Natale non sarà Natale senza qualche regalo”, brontolò Jo, sdraiata sulla stuoia del caminetto.
Quand’è Natale non si può evitare di rileggere qualche brano di Little Women, il capolavoro di Louisa May Alcott suddiviso in italiano in due libri, Piccole donne e Piccole donne crescono. Non si può evitare perché la storia inizia a Natale, è piena di buoni sentimenti, è commovente al punto giusto (specie la seconda parte) e propone dei modelli femminili di grande bellezza. Josephine, alter ego dell’autrice, è il personaggio favorito più o meno da tutte le lettrici, perché è irruenta, testarda, pasticciona e passionale – un vero e proprio prototipo femminista, almeno fino al momento del suo ritorno da New York. Da adolescente io preferivo Margaret, per la sua dolcezza, il suo fare pacato, i suoi piccoli sogni. Anche Amy, spesso sottovalutata, è un personaggio di spessore: forse non raggiunge le altezze delle altre sorelle da una prospettiva morale, ma è di certo importante da un punto di vista narrativo. Amy è quasi una figura jamesiana, perché è colei che abbandona la casa natale per andare alla conquista dell’Europa, e laggiù (quaggiù, dovrei dire…) cambia la sua vita, si lascia alle spalle il vestitino rigido della moralità impostale dai suoi genitori e inizia ad inseguire le ambizioni che ha sempre nutrito, sin da bambina. 
Per quanto rifiuti la proposta di matrimonio del ricchissimo Vaughan, ella finisce per sposare il “caro Laurie”, che sebbene rappresenti un indissolubile legame con la famiglia d’origine è pur sempre un partito invidiabile, un uomo che le garantirà benessere economico illimitato, eleganza, sostanze e un’eccellente posizione sociale. E poco sembra importare se lui, non troppo tempo prima, sia stato respinto da Jo: Amy comprende, ed è lei stessa ad ammetterlo, che Laurie la sta forse chiedendo in moglie per ritrovare un accesso dentro la famiglia March, ma sembra pronta anche a combattere per ottenere il suo amore e la sua attenzione esclusivi. Noi lettori ci chiederemo sempre se Laurie abbia davvero dimenticato la sua Jo, e anche se lei abbia mai rimpianto di averlo sostituito con quel bizzarro professore tedesco che la inchioderà a far da maestra in un’enorme scuola per trovatelli, ma di certo non abbiamo dubbi che Amy abbia raggiunto il suo obiettivo. E personalmente mi sono sempre ritrovata ad ammirarla per la sua tenacia. 


Il film del 1994 diretto da Gillian Anderson, con il cast di tutto rispetto composto da Susan Sarandon (la mamma), Trini Alvarado (Meg), Wynona Ryder (Jo), Kirsten Dunst (Amy bambina) e Claire Danes (Beth), è splendido soprattutto per la parte iniziale dedicata proprio al Natale, per le sue ambientazioni (straordinaria la casa della zia March), tutti i suoi colori e una colonna sonora indimenticabile. Vi lascio ad ascoltare una suite profonda, struggente e molto meditativa (la trovate anche qui), che raccoglie i brani principali in un vero dono di splendida musica e di forte emotività. Ascoltatela la sera della vigilia, mentre le vostre candele accese aspetteranno che arrivi il Natale...




17 dicembre 2012

Per il compleanno di Jane Austen

janeausten.co.uk
Ieri è stata una giornata particolare. Come molti sapranno, e come internet e Facebook ci hanno debitamente ricordato, ieri era il giorno del compleanno di Jane Austen. Negli ultimi anni questo genio letterario, "la più perfetta tra tutte le donne" (come ebbe a definirla la sua straordinaria epigona Virginia Woolf) si è trasfigurata nell'immaginario collettivo fino ad assumere i tratti di una vera e propria eroina. Nei siti e nei blog a lei dedicati si è parlato non solo del suo stile ineguagliabile, non solo della pregnanza dei suoi ritratti sociali, non solo del suo talento ironico nel mettere in risalto tutte le sfaccettature del rapporto tra i sessi, ma anche della sua propria esistenza, dei suoi amori (veri o presunti), dei suoi conflitti, della sua solitudine. E così ella è diventata un modello, una luce da inseguire, una dispensatrice di consigli e talvolta persino di conforto.  
Ebbene, questa donna eccezionale, nata nel lontano 1775, ha ricevuto nella giornata di ieri tanti auguri di buon compleanno, da tutto il mondo e in tutte le forme possibili - lettere, post, opere di ricamo, arte figurativa, letture ad alta voce, esperimenti di cake design, - anche in preparazione del grande evento del 28 gennaio 2013, il bicentenario della pubblicazione di Orgoglio e pregiudizio. Anch'io ho festeggiato, e forse nel miglior modo possibile. Ho incontrato per la prima volta di persona due deliziose "amiche di blog", insieme abbiamo brindato a Jane con una tazza (anzi due...) di ottimo tè, e abbiamo rievocato i rispettivi ricordi delle nostre visite a Chawton Cottage.
Il momento culminante della giornata è stato il passaggio alla "Libreria delle Donne" di Bologna, un luogo d'incanto che mi ha riempita di emozioni. La Libreria delle Donne è uno spazio dove la quotidianità sembra lasciare il passo alla bellezza. Le due padrone di casa, due vere ladies, ti intrattengono con garbo, offrono spunti di lettura impagabili e mettono a disposizione un patrimonio librario - anche prime edizioni o volumi fuori catalogo - che lascia senza fiato. Un ritratto di Virginia Woolf campeggia proprio di fronte all'ingresso, e tanti tanti libri scritti da donne stipano le altre pareti. Irresistibili sono state per me le opere della mia amatissima Rebecca West, della quale ho parlato nello specifico nel post http://ipsalegit.blogspot.it/2011/05/rebecca-west.html. West è autrice di una trilogia autobiografica - the "Aubrey trilogy" che esordisce con lo splendido The Fountain Overflows e si chiude con Cousin Rosamund, che proprio alla Libreria delle Donne ho comprato in italiano (Rosamund).
Insomma la giornata è stata una di quelle degne di essere vissute: e non c'è compagnia migliore delle voci femminili (delle scrittrici e delle amiche) per trascorrere appuntamenti importanti come questo.


1 dicembre 2012

La coppa d'oro

Il regista James Ivory è notoriamente innamorato della grande letteratura ambientata nel primo Novecento. Tra le sue opere si contano le trasposizioni di Camera con vista e Casa Howard di E.M. Forster, Quel che resta del giorno di Kazuo Ishiguro, e dei romanzi di Henry James Gli Europei, Le Bostoniane e La coppa d'oro. Quest'ultimo film mi ha fatto compagnia nel piovoso pomeriggio che è appena trascorso, e mi ha ricordato di quando ho letto il capolavoro "maturo" della narrativa jamesiana. 
The Golden Bowl (1904) è un trionfo nell'analisi psicologica tipica della scrittura dell'eccelso autore (anglo)americano, una disamina attenta, quasi puntigliosa, delle sottili dinamiche di coppia che sorreggono non uno, ma ben due matrimoni. La storia si apre  quando il principe impoverito italiano Amerigo si trova a Londra per sposare Maggie Verver, unica figlia di un vedovo americano, ricchissimo collezionista d'arte. Lì incontra Charlotte, in passato sua amante e compagna di scuola di Maggie; i due decidono di non rivelare alla futura sposa della loro precedente conoscenza e le nozze si celebrano sotto la flebile ombra di un primo segreto. L'evoluzione della vicenda porta Charlotte a sposare il padre di Maggie, Adam, cosicché il romanzo si struttura come una piéce alto borghese incentrata sui meccanismi ipocriti e pseudo-moralisti di una ambigua famiglia allargata. Charlotte e Amerigo riprendono la loro storia d'amore, ora macchiata dall'adulterio, mentre il rapporto tra Maggie e suo padre sembra non riuscire mai a liberarsi dal cappio dell'infantilismo: fino a un certo punto della storia sembra che la ragazza non sia in grado di sfuggire al proprio ruolo di figlia (ricordando così in un certo senso la disgraziata Catherine del jamesiano Washington Square), aprendo così il proprio personaggio a innumerevoli interpretazioni psicologiche. 
Kate Beckinsale nel ruolo di Maggie Verver
Com'è tipico di James, la narrazione è densa di queste analisi interiori, ed è l'esplorazione della coscienza dei personaggi a dominare. Anche in questo romanzo è preponderante il tema del contrasto tra il pericoloso cinismo degli europei (Amerigo) e l'innocenza degli americani (Maggie), anche se il seguito della storia si dedica alla rappresentazione dello sviluppo del personaggio di Maggie da creatura ingenua e inconsapevole a donna forte e tenace, disposta a tutto - anche a sacrificare la propria innata bontà e onestà - per tenersi stretto il marito. Questo aspetto l'ha resa ai miei occhi molto simile alla May Welland Archer di Edith Wharton (L'età dell'innocenza; cito questo romanzo qui). Premesso che L’età dell’innocenza è uno dei miei libri preferiti, di quelli che ho letto e riletto senza stancarmene mai, e anzi cogliendone ogni volta una diversa bellezza, c’è da dire che il film che ne ha tratto Martin Scorsese (1993) è un capolavoro. Subito affascinante e significativa è la sequenza di immagini che accompagnano i titoli di testa – una lunga serie di fiori opulenti mostrati nell’atto della loro fioritura, e quindi nel culmine della bellezza già associata al loro inevitabile declino: entro i primi minuti del film si comincia già a percepire che l’“innocenza” presentata dal titolo non è che ostentazione, un fulgido bianco sepolcro che nasconde la natura ombrosa, dubbiosa, tormentata di una società trionfante e lussuosa, ma sull’orlo della fine. Il lusso è un personaggio fondamentale e indelebile di questa storia – così come di The Golden Bowl – perché è il simbolo di quella gabbia dorata nella quale uomini e donne dalla sensibilità un po’ troppo pronunciata si rinchiudevano, inconsapevoli della claustrofobica sorte che li attendeva. Uomini e donne come Newland Archer (che sogna di sfuggire al matrimonio, fitto di imposizioni e convenzioni, contratto con May) e il principe Amerigo (che rimpiange la sua Roma lenta, solare e sensuale); come la contessa Olenska e Isabel Archer (protagonista di Ritratto di signora di Henry James), che si sposano in ricchezza votandosi a un destino di pena, rimpianti, umiliazioni, solitudine e silenzio.
Daniel Day Lewis e Winona Ryder
nei panni di Newland
e May Archer
E poi ci sono le donne come May e come Maggie, che ritratte come angeli (nei film spesso vestite di chiaro, al contrario delle loro antagoniste), sempre quiete e sorridenti, nascondono un’atroce volontà di dominio e di conservazione delle apparenze, del tutto incuranti del dolore che i loro intenti infliggono a chi sta loro vicino. La scena culminante del film di Scorsese è quando May, ormai a conoscenza della storia d’amore tra il marito e la contessa Olenska, affronta Newland nella semioscurità soffocante dello studio di lui. Egli, ormai prostrato dalle bugie e dalla maschera del coniuge perfetto, le comunica che vorrebbe intraprendere un viaggio da solo – evidentemente per fuggire, per trovare respiro. May allora celebra il proprio trionfo annunciandogli di essere incinta e di non poter dunque certo rinunciare a lui; e quando si allontana dalla stanza – sempre quieta, sempre sorridente – la telecamera stringe sulla coda del suo abito da sera, che striscia sul pavimento come un enorme, crudele e ormai sazio serpente.
L’inganno nascosto dietro le apparenze è l’oggetto principe delle esplorazioni narrative di Henry James e della sua migliore “allieva”, Edith Wharton: ed è ciò che rende le loro opere così sublimi, e così impareggiabili nella letteratura del Novecento.

19 novembre 2012

Elizabeth von Arnim

Negli ultimi tempi, in libreria, è facile trovare le opere ripubblicate di fresco di una romanziera dimenticata per decenni e ora finalmente e meritatamente riportata agli onori del successo. Parlo di Elizabeth von Arnim. Molti sostengono – e non si può non essere d’accordo – che il recupero della narrativa di von Arnim sia stato determinato e alimentato dall’improvvisa fama che il primo ventennio del Novecento sta conoscendo grazie alla serie televisiva Downton Abbey. In uno degli episodi della seconda serie il valletto dell’eroe maschile della storia, Matthew Crawley, presta ad Anna, di cui è innamorato, Elizabeth and Her German Garden, e pare che per molti fan questo dettaglio abbia costituito un fortissimo richiamo alla lettura. 
La mia personale ammirazione per Elizabeth von Arnim, invece, è sorta dalla visione del film e poi dalla lettura di Un incantevole aprile (ne ho parlato qui), e la storia, e la scrittura, mi sono piaciute così tanto che oggi, in libreria, trovo irresistibili gli inviti delle bellissime copertine che Bollati Boringhieri ha riservato a Il circolo delle ingrate (The Benefactress), Uno chalet tutto per me (In the Mountains, che sto per iniziare) e La fattoria dei gelsomini (The Jasmine Farm). Non è un caso forse che alcuni critici giudichino lo stile di von Arnim come una rievocazione novecentesca dei toni di Jane Austen, della sua arguzia, della sua ironia, della sua brillantezza. 


Elizabeth von Arnim nacque nel 1866 in Australia, con il nome Mary Annette Beauchamp (era la cugina di Kathleen Beauchamp, conosciuta al grande pubblico come Katherine Mansfield); crebbe però in Inghilterra, dove il padre fu un ricco commerciante. Nel 1891, durante una vacanza in Italia, Mary incontrò il Conte prussiano Henning August von Arnim-Schlagenthin, che divenne presto suo marito. La coppia si trasferì in Pomerania, ebbe cinque figli (uno dei loro tutori fu niente meno che Edward Morgan Forster), ma presto il legame si deteriorò, a causa del carattere iracondo del Conte, che poi si ritrovò persino in carcere per frode. Fu in quel periodo, con lo scopo di guadagnare denaro, che iniziò l’attività letteraria di Elizabeth: il suo primo romanzo, ampiamente autobiografico e satirico, è proprio Elizabeth and Her German Garden (1898), un vero e proprio bestseller di inizio secolo (ragion per cui, secondo le parole degli autori, ha fatto la sua comparsa in Downton). Seguirono The Solitary Summer (1899), The Benefactress (1902), Vera (1921) e Love, tutti in un modo o nell’altro autobiografici.
Elizabeth rimase vedova nel 1910; per tre anni ebbe una relazione con H. G. Wells, e nel 1916 contrasse matrimonio con John Francis Stanley Russell, fratello maggiore del celebre filosofo. Nemmeno questa esperienza conobbe un lieto fine, tanto che la coppia si separò ed Elizabeth si trasferì negli Stati Uniti. Morì a Charleston nel 1941, dopo aver pubblicato ben 21 romanzi, tutti accomunati dalla presenza dei fiori, o di un giardino.
Se leggete in inglese, gutenberg.org è una fonte inestimabile di ebook gratuiti di von Armin: io ne ho scaricati undici, e quello con cui voglio cominciare è proprio In the Mountains. Come al solito, ne avrete presto un commento!

12 novembre 2012

Confessions of a Jane Austen Addict

Ho nominato una delle cartelle nel mio Kindle “Jane Austen e dintorni”. Essa contiene, oltre a The Complete Collection dell’opera della mia cara autrice, il Memoir del nipote Edward Austen Leigh e romanzi che, in un modo o nell’altro, possono essere considerati degli spin-off delle storie di Jane. Compaiono qui tutti i romanzi di Stephanie Barron, Death Comes to Pemberley di P.D. James e tre ebook che ho scaricato di recente, approfittando di imperdibili promozioni online. Non ho ancora letto The Dashwood Sisters Tell All di Beth Pattillo (un’autrice che si è dedicata a numerosi esperimenti di rielaborazioni dei soggetti austeniani), né Searching for Captain Wentworth di Jane Odiwe, ma proprio poco fa ho terminato Confessions of a Jane Austen Addict di Laurie Viera Rigler. 
Questo libro (titolo italiano, del tutto inspiegabile, Shopping con Jane Austen, Sperling&Kupfer) è stato una vera sorpresa, perché per quanto molto particolare, racconta una riuscita commistione tra diario e rievocazione storica. La protagonista/io narrante, Courtney Stone, è una giovane janeite di Los Angeles (reduce dalla scoperta del tradimento da parte del suo futuro sposo) che una mattina si sveglia in un letto di inizio Ottocento, nella dimora inglese di una famiglia ricca e altolocata e con il nuovo nome di Jane Mansfield. Scartata l’ipotesi che si tratti di un sogno, Courtney sprofonda lentamente nella sua nuova identità, scontrandosi con un passato che non ricorda e con un mondo sorretto da infinite regole di comportamento che lei non conosce, se non per le sue letture dei libri di Jane Austen.
La storia è scritta bene, ma è soprattutto divertentissima, poiché mette tutte noi appassionate austeniane (che in fondo al cuore desideriamo di essere nate nella sua epoca e non nella nostra) di fronte alla dura realtà della vita quotidiana di duecento anni fa: la mancanza assoluta di igiene, le tecniche mediche più spaventose e pericolose – la protagonista subisce un salasso –, i pregiudizi capaci di privare una donna di qualsiasi tipo di libertà. Eppure, in mezzo a tutto questo ripugnante ritratto del passato (la descrizione dello stato dei malati immersi nelle “salvifiche” acque termali di Bath è a dir poco raccapricciante!), fanno capolino le irrefrenabili sensazioni della quiete, della calma, del silenzio dei ritmi vitali dell’epoca: “Non ho nel cervello il rumore costante di Internet, dell’iPod, dei segnali radio che mi riempiono la coscienza di suoni, parole e immagini in ogni momento di veglia di ogni singolo giorno. Non avevo mai notato questo rumore fino a che non mi sono resa conto di non sentirlo più.” Bellissimo è in particolare il momento in cui la narratrice racconta dell’attività del ricamo, una sequenza di movimenti veloci e impercettibili che riescono ad occupare la mente in totalità, allontanando le angosce e riportando tanta calma nel cuore.
William Wallace Gilchrist, Girl Sewing. The Party Dress. Collezione privata.
Fonte: www.the-athaneum.org
La passione per Jane Austen è forse il tema principale, sicuramente il movente del racconto; simpatiche e molto familiari per i janeites sono osservazioni come:
“Mi curerei con Jane Austen, la mia droga numero uno, la mia compagna costante per ogni momento di sconforto, ogni delusione, ogni crisi. Gli uomini vanno e vengono, ma Jane Austen era sempre lì. In salute e in malattia, in ricchezza e povertà, finché morte non ci separi. E così mi accoccolai nel letto con Elizabeth e Darcy e lessi finché le parole conosciute mi cullarono in calma, pace e armonia.”
“Nessuno dei miei amici sa che l’ultimo bestseller che mi hanno regalato per Natale o per il mio compleanno è stato come al solito messo da parte perché avevo bisogno di tornare per la ventesima volta a Orgoglio e pregiudizio o Ragione e sentimento.”
“Non ci voglio pensare. Non voglio. Leggerò Orgoglio e pregiudizio. Lo aprirò a caso per avere una guida e un po’ di saggezza. […] E mi conforto all’istante. Se Lizzy è potuta tornare a casa, e tutto poi è finito bene per lei, allora c’è speranza anche per me.”
“Non riesco ad immaginare un mondo in cui qualcuno possa leggere Jane Austen una volta sola.”
Epocale è poi l’incontro con la stessa scrittrice, nel negozio di una modista londinese….
Ma l’aspetto che mi ha colpito maggiormente di questa storia, che mi aspettavo decisamente più frivola, non così accurata, né così divertente, sono le considerazioni che la narratrice fa a proposito dell’esperienza che sta vivendo. Ella si domanda se stia viaggiando nel tempo, resta scioccata quando si accorge di avere nella mente i ricordi della sua alter ego ottocentesca, si chiede se qualcun altro stia vivendo la sua vita americana, si preoccupa costantemente di come fare a tornare nella “sua” realtà fino a quando non si rende conto che sta cominciando a parlare, a pensare, a danzare, a sentire come una donna del diciannovesimo secolo. Straordinario è poi quando le viene raccontato che anche la “vera” Jane Mansfield era una donna strana, con strane visioni del futuro…. Ma mi fermo qui: rispetto al mio solito, ho già raccontato abbastanza!
Il meccanismo di sostituzione tra Courtney e Jane Mansfield risulta ovviamente inspiegabile da un punto di vista razionale: la narratrice lo descrive “come una farfalla le cui ali sono troppo fragili per essere toccate”. E io ho avuto l’impressione che stesse parlando della forza più grande, più potente e più confortante di tutte: la forza dell’immaginazione. 


3 novembre 2012

Una splendida lettura

Oggi sono una lettrice contenta.
Ho appena terminato l’ultimo romanzo di Kate Morton, The Secret Keeper, uscito sul mercato anglosassone a metà ottobre e atteso con tanta impazienza e curiosità. Ho incontrato per la prima volta questa straordinaria scrittrice australiana quando cinque anni fa ho acquistato, nella libreria Waterstone’s di Wells (Somersetshire), la sua opera prima, The House at Riverton. Questo libro, di cui ho già parlato in più d’uno dei miei post (cliccate qui), è stato ripubblicato recentemente in italiano da Sonzogno, e se volete leggerne una recensione davvero bella vi consiglio il blog Diario di pensieri persi (cliccate qui), dove viene riportato anche l’interessante sunto di una recente intervista all’autrice. Nel 2009 mi sono poi imbattuta nel secondo romanzo di Morton, The Forgotten Garden, in una suggestiva libreria ai piedi del vulcano che accoglie il Castello di Edimburgo (la traduzione italiana, Il giardino dei segreti, è edita da Sperling&Kupfer); infine, The Distant Hours, del 2010 (tradotto per Sperling&Kupfer in Una lontana follia, cliccate qui), è stato un grande libro, nel quale l’autrice ha iniziato l’esplorazione di quello spazio storico, indubbiamente ricchissimo di suggestioni narrative, rappresentato dalla seconda guerra mondiale.


The Secret Keeper entra nel vivo di questo contesto, poiché la sua parte centrale è ambientata nella Londra ferita e piagata dai bombardamenti nazisti, e tutti i personaggi che abitano il tempo presente di questa storia subiscono in qualche modo le conseguenze di quell’epoca e dei suoi avvenimenti.
Com’è mia abitudine, non rivelerò i tratti salienti della trama: mi voglio limitare a dire che questo libro narra di tanti tipi d’amore, di tanti tipi di sofferenza e di tanti tipi di catarsi. È la storia di Laurel Nicolson, un’attrice da Oscar che in occasione degli ultimi giorni di vita della mamma novantenne intraprende una ricerca nel suo passato che la porterà a scoprire segreti profondissimi, a scardinare tante certezze e a conoscere un’“altra vita” della madre, spesa sullo sfondo della miseria e degli incendi della capitale investita dal Blitz.
Una fra le più emblematiche immagini del Blitz su Londra:
la cattedrale di St. Paul sopravvive ai bombardamenti
del 29 dicembre 1940
I colpi di scena si susseguono fino all’ultima pagina, ma la capacità di gestire la suspense è solo una delle straordinarie qualità della scrittrice, che anche in questo libro, come nei suoi precedenti, sa governare con maestria l’alternanza di numerosi e diversi piani temporali e si dedica con intensità alla disamina di quelli che sembrano essere ormai i suoi temi più cari. La relazione tra il presente e il passato è forse quello più importante, e viene sempre trattato nella convinzione che ciò che oggi “è” è sempre e inevitabilmente il risultato di ciò che “è stato”. Il potere del ricordo è dunque preponderante in tutte le narrazioni di Morton (che tutte contengono a volte teneri a volte inquietanti ritorni all’infanzia – The Distant Hours è l’esempio più eclatante di questo aspetto), è spesso reso visibile da echi di voci e di musiche distanti, e ad esso si accompagna la quasi necessità del segreto, e l’urgenza del suo disvelamento. Il processo di scavo a ritroso nel tempo porta ogni volta con sé un richiamo alla messa in discussione della propria identità e alla revisione dei rapporti familiari (ecco di nuovo l’importanza dell’infanzia come momento cruciale per la formazione del proprio essere al futuro – traduco da The Secret Keeper: “Il paesaggio dell’infanzia era più vibrante di ogni altro. Non importava dove si collocasse o quale fosse il suo aspetto, le sue visioni e i suoi suoni si imprimevano in modo diverso da quelli incontrati più in là [nella vita]”). E spesso tale viaggio nel passato è stimolato dalla presenza di oggetti di forte valore emotivo e di grande importanza ai fini del racconto, quasi degli oggetti magici (libri, fotografie, gioielli, …) che sembrano quasi contenere in se stessi la soluzione agli enigmi e l’apertura verso la verità. 
Fonte: http://favim.com/image/142641/
I libri di Kate Morton sono, a mio parere, qualcosa in più di storie misteriose di segreti di famiglia. Sono tutti esperimenti molto buoni di descrizione dei pensieri e dell’evoluzione psicologica dei personaggi – e sotto questo aspetto The Secret Keeper è forse il più maturo del quartetto. Sono tante le citazioni che vorrei riportare, per far sentire la cura, l’intelligenza, l’altissima qualità della scrittura, il lessico scelto con sapienza e l’intensità e la dolcezza di certe descrizioni, di certe ambientazioni e di certe metafore. Ne riporto solo una, sperando che la mia traduzione si avvicini anche solo un po’ alla bellezza dell’originale:
“Il bush [paesaggio di boschi e prateria tipico dell’Australia, simbolo di uno spazio sconfinato ed inesplorato molto importante nelle espressioni artistiche e letterarie di quel Paese] era vivo: gli alberi parlavano l’uno con l’altro con vecchie voci di pergamena, migliaia di occhi invisibili ammiccavano dai rami e dai ceppi caduti, e Vivien sapeva che se si fosse fermata e avesse premuto l’orecchio sul duro suolo avrebbe sentito la terra chiamarla, cantando i suoni dei tempi antichi.”
Quando si incontrano libri come questi, scritti in questo modo… è così che si diventa dei lettori contenti.

28 ottobre 2012

The Turn of the Screw


Sono calate le temperature, da tutto il giorno non fa che piovere e un forte vento scuote da ore gli alberi del cortile, immersi nell’oscurità precoce. Tra pochi giorni è Halloween, e per celebrare la sua atmosfera, gravida di ombre e di mistero, ho riaperto Il giro di vite (edizione Meridiani Mondadori), il racconto di fantasmi che Henry James pubblicò nel 1898. 
The Turn of the Screw (con il suo incipit ho inaugurato questo blog, tanto tempo fa…) è una storia che raduna molti dei topoi tipici della narrativa gotica: una maestosa e remota dimora, due bambini dal passato ambiguo, la solitudine di una giovane donna e i suoi incontri con apparizioni che tanto assomigliano a fantasmi. L’io narrante è quello di un’istitutrice assunta da un gentiluomo affascinante e misterioso per prendersi cura dei due nipotini di lui, Flora e Miles. La giovane si trasferisce così nella lontana e solinga Bly (Essex), e mentre nelle prime settimane non fa che gioire della propria nuova condizione (i bambini, ella scrive, sono deliziosi e non le danno alcuna preoccupazione), con l’andare del tempo l’atmosfera intorno a lei si fa gradatamente cupa e spaventosa. La giovane inizia infatti a vedere nei dintorni, e anche dentro casa, due personaggi, un uomo con i capelli rossi e una donna vestita a lutto. Grazie ai racconti della governante di Bly, Mrs Grose, ella scopre che i due non sono esseri in carne ed ossa, poiché la loro descrizione corrisponde ai tratti di due impiegati della casa (la prima istitutrice e il giardiniere) entrambi morti in circostanze terribili. La narratrice riempie le pagine del proprio spavento, delle proprie notti insonni e della propria preoccupazione per le sorti dei bambini, in un crescendo di terrore che raggiunge il culmine quando la donna realizza che Miles e Flora non sono le vittime, ma i complici della sottile tortura psicologica alla quale i “fantasmi” la stanno sottoponendo. 
L'istitutrice impersonata da Michelle Dockery
nella versione cinematografica del 2009
La genialità e la forza di Il giro di vite stanno proprio, come è frequente nella narrativa di Henry James (ineguagliabile maestro di scrittura), nel valore psicologico della vicenda e della sua ricezione. Straordinario esempio di letteratura modernista, questo racconto si distingue per le sue mancate verità, e per la molteplicità delle sue possibili interpretazioni. La vicenda è narrata da un autore fisico (James) che parla di un personaggio (Douglas) che legge ad alcuni amici il diario di una donna (l’istitutrice) di cui è stato innamorato. I filtri attraverso i quali il resoconto della vicenda raggiunge noi lettori sono così numerosi che non possiamo che interrogarci sulla sua completa veridicità. Inoltre la scrittura è così perfetta e sospinta da un climax così potente che ci lasciamo suggestionare dalla vicenda narrata a tal punto da non comprendere dove stia il confine tra realtà e immaginazione: esistono davvero i fantasmi? o vivono essi sono nella mente dell’istitutrice? cosa sanno, davvero, Miles e Flora? e una domanda che ha infestato la mia personale esperienza di lettura… e se il fantasma fosse l’istitutrice stessa?
Il giro di vite è un capolavoro della letteratura che è stato oggetto di infiniti studi critici, ma del quale è stato impossibile sciogliere tutti i nodi e risolvere gli innumerevoli enigmi. Come per ogni grande classico della scrittura, sta a noi, a noi lettori, sprofondare negli abissi di questa storia alla ricerca della nostra verità; e sarà la nostra fantasia a illuminare gli angoli bui che il narratore ha voluto lasciare sospesi, arcani, per rendere la propria opera definitivamente immortale. 


21 ottobre 2012

John Keats, il poeta

L’arrivo dell’autunno, con la pioggia di foglie che inondano il viale vicino a casa, ha risvegliato in me il desiderio di rileggere Keats. La sua ode alla stagione, “To Autumn”, è un vero inno alla bellezza e al trionfo dei sensi che questo periodo dell’anno riserva a chi, come me, ha poca confidenza con l’estate, malsopporta la sua sciocca immobilità, e non aspetta che il ritorno dei venti freddi e talvolta persino della pioggia di perla delle sere d’ottobre. Ascoltate la versione inglese accompagnata da questo bellissimo video:


“Stagione di nebbie e di morbida abbondanza,/ Tu, intima amica del sole al suo culmine,/ Che con lui cospiri per far grevi e benedette d’uva/ Le viti appese alle gronde di paglia dei tetti,/ Tu che fai piegare sotto le mele gli alberi muscosi del casolare,/ E colmi di maturità fino al torsolo ogni frutto;/ Tu che gonfi la zucca e arrotondi con un dolce seme/ I gusci di nocciola e ancora fai sbocciare/ Fiori tardivi per le api, illudendole/ Che i giorni del caldo non finiranno mai.”
L’edizione da cui ho tratto questa traduzione è uno dei libri più amati sul mio scaffale (regalatomi in un’occasione speciale): le Poesie con testo originale a fronte tradotte e curate da Silvano Sabbadini (Arnoldo Mondadori). La copertina di questo volume, che rappresenta un particolare da The Fighting Temeraire di J.M.W. Turner, si accompagna bene, in tutto il suo fulgore, al quarto di copertina, dove il curatore commenta la propria presentazione del “breve e intensissimo arco della produzione keatsiana, riflettendone, fin nelle pieghe più segrete, la mutevolezza lessicale e metrica, la continua germinazione di immagini, la ricchezza speculativa.”

Ed il linguaggio di Keats è davvero colmo di musica e di visioni. Egli intendeva la poesia come evasione sensuale e ideale dalla realtà, che allora (come oggi…) era soggetta ad una pressione storica e sociale greve e per molti insopportabile. Data la difficoltà di vivere il presente, Keats evoca una poesia che lo rifiuta, che lo oblia, e che attraverso il potere della memoria (“Credo che la poesia dovrebbe […] sembrare quasi una Rimembranza”) tende invece a ricongiungersi con un passato che è quello della collettività, quello cioè del lettore stesso. Questo è il principio che governa “Ode on a Grecian Urn”:

Un esempio di pittura preraffaellita:
The Lady of Shalott di J.W. Waterhouse
(1888, Tate Gallery, Londra)
“Oh, forma attica! Posa leggiadra! con un ricamo/ D’uomini e fanciulle nel marmo,/ Coi rami della foresta e le erbe calpestate –/ Tu, forma silenziosa, come l’eternità/ Tormenti e spezzi la nostra ragione. Fredda pastorale!/ Quando l’età avrà devastato la nostra generazione,/ Ancora tu ci sarai, eterna, tra nuovi dolori/ Non più nostri, amica all’uomo, cui dirai/ ‘Bellezza è verità, verità bellezza,’ – questo solo/ Sulla terra sapete, ed è quanto basta.”
L’appello di quest’ultima strofa dell’Ode all’urna greca è un messaggio di altissimo valore estetico, che in seguito rese prezioso Keats a Pater, Swinburne, Tennyson, Wilde, e ai Preraffaelliti. La poesia, l’arte, sono considerate nella loro autonomia, nella loro assolutezza, e dunque nella loro immortalità. La voce del poeta ha il potere di celebrare la dea Psiche, sua musa, oltre ogni tempo, e oltre la distruzione operata dalla realtà. 

Si legge in “Ode to Psyche” (di straordinaria bellezza):
La tomba di Keats al cimitero acattolico
di Roma. Vi si legge: "Qui riposa uno
il cui nome è scritto nell'acqua".
Foto di Mara Barbuni (2001)
“Oh, tu, ultima nata visione, più dolce/ Sei di tutta la svanita gerarchia dell’Olimpo,/ […]/ Tu, la più bella sei, pur se tempio non hai,/ Né altare colmo di fiori,/ […]/ Pure, anche in questi giorni tanto lontani/ Dalle fedi felici, le tue ali lucenti/ Che volteggiano tra gli olimpi in rovina io vedo,/ E canto, ai miei soli occhi credendo./ Sì, lascia sia io il tuo coro e il pianto/ Alzato per la tua mezzanotte,/ Lascia sia io la tua voce, il tuo liuto, il tuo flauto,/ […]/ Voglio essere io il tuo sacerdote, e costruirti un tempio/ Nelle inesplorate regioni della mia mente,/ Dove ramosi pensieri, appena nati con piacevole dolore,/ Mormoreranno al vento sostituendo i pini:/ E lontano lontano, di vetta in vetta, macchie oscure d’alberi/ Vestiranno tutto intorno i gioghi selvaggi dei monti/ […]/ Per te sarà lì ogni dolce piacere/ Che l’ombroso pensiero può conquistare,/ Una torcia splendente, una finestra aperta alla notte/ Perché caldo l’amore vi possa entrare.” 
John Keats riempì la sua poesia di una dimensione sognante che la vita reale gli negò sempre. La sua esistenza piena di lutti e tormentata dalla tisi si chiuse dopo appena ventisei anni, nella sua casa in Piazza di Spagna. Vedere questa residenza (oggi è una casa-museo che contiene ricordi, lettere autografe, manoscritti, quadri, stampe e più di 8000 volumi) è un’esperienza ricca di sensazioni, di commozione e di nostalgia, giusta e necessaria premessa alla visita al Cimitero Protestante di Roma, dove Keats riposa sotto l’ombra e il mormorare degli alberi, cullato forse dalla sua Psyche, in ascolto forse della pura voce della poesia. 


10 ottobre 2012

Il giardino degli incontri segreti

Quando si legge un ebook non si ha mai la sensazione immediata di quanto lunga sia una storia. Non si soppesa il volume fra le mani, non lo si sfoglia in velocità per coglierne le sorprese, non si ha idea di quanto tempo sarà necessario per finirlo. Così, talvolta, si arriva all'una di notte sperando che la storia che si sta leggendo arrivi alla svolta, che succeda l'imprevisto, che i personaggi si trovino di fronte a un bivio che ci permetta di "spegnere" il libro e di dormire. Mi è successo con Il giardino degli incontri segreti di Lucinda Riley. Premetto che nella vicenda narrata fa la sua comparsa un giardino che in realtà è una serra, e che gli incontri segreti di cui si racconta non si sono affatto svolti in quel giardino ma a migliaia di chilometri di distanza: il titolo originale è infatti The Orchid House
La storia si dipana su due piani spazio-temporali: l'Inghilterra e la Thailandia, il presente e l'epoca della seconda guerra mondiale. Ed è, nel complesso, una bella storia, fatta di una giovane pianista in lutto che cerca di riprendersi in mano la vita fra memorie di famiglia e colpi di scena, una nobile stirpe che vive in una lussuosa country house nel Norfolk, la triste storia di un matrimonio combinato negli anni Quaranta. 
Tuttavia non ne sono rimasta entusiasmata. Strano, visti gli ingredienti molto promettenti... ma questo romanzo mi ha dato l'impressione di un patchwork costruito sugli spunti di altri libri di successo. E a pensarci bene temo che molta di questa sua debolezza di fondo sia da imputarsi alla qualità del linguaggio. Le cornici descrittive non mostrano grandi mancanze, ma sono i dialoghi a risultare inefficaci. La lingua è poco curata, compaiono troppe esclamazioni e interezioni che a parer mio a un libro dovrebbero essere risparmiate, e alcune battute risultano del tutto superflue all'architettura della narrazione. Sembra come se un buon progetto narrativo non avesse goduto della giusta espressione. Eppure il libro è stato pubblicato, e vende ed è stato recensito molto bene. Forse sono io ad essere troppo schizzinosa. 


1 ottobre 2012

Il magnetismo della nobiltà

Sono reduce dalla lettura dell'ultima fatica di Antonio Caprarica, La classe non è acqua, una piacevole e sofisticata (come'è tipico dell'autore) passeggiata fra aneddoti, leggende e fatti della nobiltà britannica. Il giornalista ci accompagna tra i sontuosi manors e stately homes che costellano il Paese e ci porta quasi a frugare nelle camere da letto padronali, fra gli oscuri corridoi e fin dentro i sottoscala, ad aprire segreti scrittoi alla ricerca di notizie, fotografie, lettere e conti che rivelino cosa è stata e cosa ancora è la piramide nobiliare del Regno di Elisabetta II. Dai più semplici baronetti fino alle splendenti coroncine ducali, dai tempi di Cromwell fino all'età di Kate Middleton, La classe non è acqua risveglia echi di solennità, lusso e potenza, che lungi dal farci (o, meglio, farmi) inorridire, cercano di gettare una luce sull'immortalità della Corona inglese e sulla immutabile stabilità delle tradizioni dei Pari. 
Ispirata da questo libro e dal tempo piuttosto "British", ho trascorso quest'ultimo weekend a godermi un capolavoro televisivo che per la sua qualità narrativa non ha niente da invidiare ad un romanzo perfetto. Sto parlando della seconda stagione di Downton Abbey, di cui ho visto (in inglese, perché in italiano non è ancora disponibile... forse sarà trasmesso il prossimo inverno?) i primi quattro episodi. Considerando che ho adorato la prima serie (ne ho parlato in un post omonimo), temevo che questo seguito non sarebbe riuscito ad eguagliarne i fasti e la sorprendente bellezza. La smentita mi ha riempito di soddisfazione. Il sequel, ambientato nel pieno della prima guerra mondiale, richiama sulla scena i personaggi che avevamo imparato ad ammirare, a comprendere o a detestare e aggiunge loro sapienti pennellate di personalità e nuove avventure da affrontare. 
Il fascino di Downton Abbey (citato anche da Caprarica come eccezionale fenomeno sociale di passione massa, come accadeva per gli sceneggiati di tanti anni fa) sta proprio nella sua capacità di evocare un'atmosfera e di incantarci nella consapevolezza di un mondo perduto, non così lontano, pieno di eleganza, e spazzato via nel pieno della sua inconsapevolezza da una guerra che è stata solo il primo - ma forse per questo tra i più terribili - dei traumi patiti dal Novecento. C'è un fotogramma della breve ma splendida sigla iniziale che rende perfettamente questa idea di caducità: un vaso di prezioso cristallo traboccante di rose, e di colpo un petalo che perde vita e cade, inerte, sul ripiano di lucido legno.

Dyrham Park, che ha fornito gli esterni per
Quel che resta del giorno con Anthony Hopkins ed Emma Thompson (1993)

Tale è il seguito che Downton ha saputo raccogliere che anche i romanzi "a tema" (simpaticamente chiamati "Downton Abbey-esque" sul social network Goodreads) stanno conoscendo un grande successo, nuovo oppure recuperato. E' il caso di The House at Riverton di Kate Morton (l'ho recensito nello stesso post che ho citato sopra), che Sonzogno ha pubblicato in italiano con il titolo di Ritorno a Riverton Manor, forse in omaggio ad un altro di questi libri, il Ritorno a Brideshead (Brideshead Revisited) di Evelyn Waugh; è il caso della mia corrente lettura, The Orchid House di Lucinda Riley (in italiano Il giardino degli incontri segreti); dell'eccellente e sempre affascinante Quel che resta del giorno (The Remains of the Day) di Kazuo Ishiguro; ed è il caso di una trilogia che promette benissimo, la Swallowcliffe Hall Trilogy di Jennie Walters, che mi sono procurata di recente. Anche questa è la storia delle vicende primonovecentesche di una English country house, e sto solo aspettando di avere tanto tempo da dedicarci per intraprenderne la lunga lettura. 

22 settembre 2012

Jane e l'arcano di Penfolds Hall

Ho già avuto modo di parlarvi (qui) della serie di libri di Stephanie Barron, editi in Italia da TEA, dedicati alle "Indagini di Jane Austen". Si tratta di romanzi gialli architettati molto bene, nei quali è la stessa Jane a giocare il ruolo della detective, impegnata a rinvenire cadaveri, scovare delinquenti e rivelare al mondo oscuri segreti politici o familiari. L'abilità della scrittrice, al di là dell'architettura narrativa, sta nella maestria con cui riesce a riprodurre del tutto fedelmente le atmosfere dell'epoca Regency, in un trionfo di feste e di nobiltà, nel turbine delle notizie dal fronte della guerra navale contro Napoleone e nell'amara consapevolezza delle miserie dell'altra parte della società inglese - la servitù, i contrabbandieri, gli indigenti senza speranza. I riferimenti alla vita vera di Jane Austen sono numerosi e attenti, conditi di citazioni prese sia dalle lettere che dai suoi romanzi. 
I libri della serie Jane Austen Mysteries pubblicati finora nel nostro Paese sono otto (ne mancano ancora tre) e fino ad oggi il mio preferito è stato il primo, La disgrazia di Lady Scargrave. Dico fino ad oggi perché L'arcano di Penfolds Hall (in originale Jane and the Stillroom Maid), che ho finito stamattina, è stata una lettura davvero avvincente, impreziosita da un ritratto sociale di una vitalità fuori dal comune.
Questo episodio ambisce (come racconta la Prefazione, in cui l'autrice sostiene di aver ritrovato dei perduti diari di Jane) a spiegare l'attaccamento di Austen nei confronti della regione settentrionale del Derbyshire: la Pemberley di Orgoglio e pregiudizio si trova appunto lassù. L'omicidio sul quale la scrittrice si trova questa volta ad indagare avviene proprio in un angolo remoto di quella campagna selvaggia, e le sue conseguenza porteranno Jane addirittura a far visita alla sontuosa Chatsworth, dimora del Duca di Devonshire. 

Un'immagine della facciata di Chatsworth House
tratta da  http://it.wikipedia.org/wiki/Chatsworth_House

Chatsworth è il luogo cui molti studiosi austeniani ritengono la scrittrice si sia ispirata per immaginare Pemberley, la dimora di Mr Darcy, ed è anche il setting del film Pride and Prejudice diretto dall'ottimo regista Joe Wright nel 2005 (e del quale stiamo aspettando Anna Karenina). Barron ne parla così: "Le pecore si sparpagliarono all'appressarsi della vettura e la splendida facciata della casa si avvicinò, con le sue masse di finestre, il frontone adorno dello stemma dei Devonshire, le colonne ornate, le cornici delle finestre in pietra scolpita, e sull'ampio tetto una parata di urne e di statue provenienti da paesi antichi. Era un'immagine di eleganza e di buon gusto tale da rivaleggiare con tutto ciò che di più bello avessi mai visto."
La locandina di
La duchessa (2008)
Anche il riferimento alla famiglia del Duca di Devonshire contribuisce a rendere ancora più evocativo questo Arcano di Penfolds Hall: nel suo diario infatti Jane racconta di essere invitata a far visita nella magione poco tempo dopo la morte della formidabile Georgiana, Duchessa di Devonshire, un vero e proprio simbolo di una  femminilità del tutto nuova che illuminò l'epoca Regency come poche altre personalità. Georgiana, dalla cui biografia è stato tratto anche un film con Keira Knightley, fu una donna straordinaria, emblema della moda, attivista politica (sostenne con tutte le sue forze il candidato Whig Charles James Fox, portatore di un messaggio di rinnovamento che non riuscì a realizzare a causa della sua morte prematura), moglie sfortunatissima ma amata dal popolo come quasi nessun'altra nobildonna della storia. La sua più illustre discendente, tanto simile a lei per tanti di questi incredibili aspetti, è stata, non a caso, Lady Diana Spencer. 


16 settembre 2012

Murdoch Mysteries

Screenshot da  http://www.murdochmysteries.com/,
un sito che vale davvero la pena di visitare! 
Considerata la mia nota passione per i mysteries e le detective stories e il mio interesse per il passato (in particolare per quella lunga età che è stata il vittorianesimo), tra i miei serial preferiti non può non esserci I misteri di Murdoch, un telefilm a tinte gialle (già nel nome dell'eroe si intravvede la parola "murder") ambientato a Toronto negli ultimissimi anni del diciannovesimo secolo. La programmazione italiana (RaiTre) di Murdoch si è sempre limitata alle stagioni estive, ma non ha mai brillato per regolarità: gli episodi vengono continuamente trasferiti da un giorno all'altro e da un orario all'altro, e talvolta le stagioni sono state interrotte senza nemmeno essersi concluse (per fortuna esistono i DVD!). Peccato, perché credo che sia un serial di ottima qualità, con bravi attori, grande inventiva, accurata rappresentazione storica, tanta ironia (soprattutto nella trasposizione nel passato dei temi di tanti telefilm "moderni" come i vari CSI e NCIS, tutti concentrati sulle esperienze delle autopsie...). Oltre ai cammeo di importanti personalità culturali dell'epoca (H.G. Wells, Conan Doyle, Houdini, ...) l'aspetto più accattivante è la presentazione, in ogni episodio, di una scoperta scientifica che all'epoca della narrazione ha tutto il fascino della novità: una volta si tratta del telefono, un'altra degli studi paleontologici, un'altra degli esperimenti sulla corrente alternata di Nikola Tesla (che è anche un personaggio ricorrente), un'altra degli ascensori moderni, un'altra degli studi sulle trasfusioni di sangue, un'altra ancora dei raggi X. Per non parlare dei sogni ad occhi aperti nei quali il protagonista talvolta indugia, immaginando un mondo con le automobili e con "dispositivi talmente piccoli" da consentire all'uomo di tenere la conoscenza "sul palmo di una mano". Meravigliosa definizione dello smartphone!
Ebbene, i personaggi di questo telefilm (il detective William Murdoch, il medico legale Julia Ogden, l'agente George Crabtree e il riuscitissimo ispettore Thomas Brackenreid) sono il frutto della fantasia di una geniale romanziera, Maureen Jennings, della cui serie Murdoch Mysteries Books sono finalmente riuscita a procurarmi tutti e sette gli episodi: Except the Dying (1997), Under the Dragon's Tail (1998), Poor Tom is Cold (2001), Let Loose the Dogs (2003), Night's Child (2005), Vices of My Blood (2006), A Journeyman to Grief (2007). Non vedo l'ora di iniziare a leggerli, per vedere quanto il serial ne abbia tratto e quali siano le differenze più rilevanti. Ne avrete descrizione nei futuri post!




1 settembre 2012

La rivoluzione segreta

Non c'è regalo più bello, per chi come me si dedica alla scrittura, di quello che io ho ricevuto oggi. Un apprezzamento del proprio lavoro da parte di chi ama enormemente la letteratura, e ne sa parlare con cognizione, è una gratificazione indescrivibile!

Ecco la bellissima homepage di oggi del blog di Sylvia-66,
Un tè con Jane Austen

Oggi, sull'elegante e molto competente blog http://www.unteconjaneausten.com/ compare un post tutto dedicato al mio ebook, La rivoluzione segreta, di cui ho raccontato brevemente il giorno dopo la sua pubblicazione in http://ipsalegit.blogspot.it/2012/01/la-rivoluzione-segreta.html
La generosa autrice del blog, attentissima lettrice, ha proposto la lettura del mio ebook preparando un'intervista davvero puntuale, ben ideata e ben scritta alla quale ho risposto con tantissimo entusiasmo! 
E ricordate che se desiderate leggere la sinossi e/o acquistare La rivoluzione segreta potete cliccare QUI!!



30 agosto 2012

84 Charing Cross Road

Una dichiarazione d'amore ai libri. Questo è il capolavoro che ho letto negli ultimi due giorni, 84 Charing Cross Road di Helene Hanff. Se siete innamorati della lettura, se siete tra coloro che una volta entrati in libreria potreste non volerne più uscire, se nel vostro appartamento i libri nascondono le pareti, se a Natale regalate solo romanzi, se in pausa pranzo tirate fuori dalla borsa, insieme al panino e allo yogurt, anche un volumetto di poesia, questo è il libro che fa per voi. E non per essere una lettura momentanea, ma per entrarvi dentro il cuore e diventare il simbolo concreto della vostra passione. Perché questo libricino raccoglie tutto ciò che amiamo e che rimpiangiamo con nostalgia.
84 Charing Cross Road è una raccolta epistolare (vera) tra la sceneggiatrice americana Helene Hanff, di base a New York e poi a Hollywood, e la libreria di seconda mano Marks & Co. sita al numero 84 di Charing Cross a Londra. Le lettere, che solcarono l'Oceano per circa vent'anni, iniziano come comunicazioni commerciali legate agli acquisti di Helene (appassionata di libri antichi, purché a basso prezzo, data la sua non brillante situazione economica) e alle spedizioni curate dal libraio Frank Doel, ma si evolvono nel tempo spostandosi in ambiti sempre più personali, per trattare non più (o non solo) di questo o quel volume, ma della bellezza dei libri in generale, dell'incantesimo che sprigionano, dei messaggi cifrati dalle emozioni che essi contengono quando sono già stati posseduti e letti da qualcun altro. 
Il bellissimo risguardo della mia edizione Penguin
All'inizio dello scambio epistolare l'Inghilterra è rappresentata in tutta l'eroicità della sopravvivenza alla seconda guerra mondiale: sono gli anni Cinquanta, e i destinatari delle lettere di Helene vivono una quotidianità misurata e soppesata dal razionamento. I regali che l'americana invia loro, a testimonianza della gratitudine per il lavoro svolto per lei dagli impiegati di Marks & Co., sono uova in polvere, carne, calze di nylon: ed essi rispondono con edizioni pregiate di volumi di seconda mano riemersi dal passato, che nessuno più di Helene saprebbe apprezzare ed amare. Ella scrive il 12 dicembre 1952: "La Book-Lovers' Anthology [Antologia degli amanti dei libri] è uscita fuori dalla carta che l'avvolgeva, nella sua pelle lavorata a sbalzo d'oro e le sue pagine con la punta dorata, senz'altro il libro più bello che possiedo inclusa la prima edizione del Newman. Sembra troppo nuovo e incontaminato per essere stato letto da qualcun altro, ma lo è stato: continua ad aprirsi sui brani più dilettevoli, come se il fantasma del suo primo possessore mi indicasse le cose che non ho mai letto prima."
Ricorrente nelle lettere è il desiderio, da parte di tutti gli scriventi, che Helene possa presto recarsi personalmente alla libreria. Il viaggio in Inghilterra, però, viene rimandato per motivi di lavoro, di traslochi e di carenza economica, e il destino non consentirà ad Helene di conoscere Frank, il libraio che ha riempito la sua vita di bellezza. La lettera in cui la moglie di lui la informa della sua morte, pur conservando la perfezione della scrittura e dei toni squisitamente British (davvero esemplari, rare perle di delizia stilistica; se sapete leggere in inglese, scegliete la versione originale del libro!), fa salire un pizzicore agli occhi....
Insomma, se sul vostro scaffale dei "classici indimenticabili" è rimasto un posticino, anche minimo, riempitelo con 84 Charing Cross Road. Amerete leggerlo e rileggerlo, sottolinearlo e segnare le pagine più belle. E Frank Doel diventerà anche un vostro amico.

P.S. alle mie lettrici Janeites dedico questa citazione da una lettera di Helene:
"You'll be fascinated to learn (from me that hates novels) that I finally got around to Jane Austen and went out of my mind over Pride & Prejudice which I can't bring myself to take back to the library till you find me a copy of my own."

28 agosto 2012

Colazione da Darcy

Della mia ultima, velocissima lettura, Colazione da Darcy di Ali McNamara, non c'è molto da dire. L'ho scelta molto ingenuamente, attratta dal titolo e dall'immagine di copertina che promettevano una storia legata a pensieri di tazze di tè, pasticcini e cioccolato. Negli ultimi tempi le case editrici sono affollate di questo genere di titoli: Un soffio di vaniglia tra le dita di Meg Donohue, Un amore di cupcake di Donna Kauffman, Cupcake Club di Roisin Meaney, Appuntamento al Cupcake Cafè di Jenny Colgan, La collezionista di ricette segrete di Allegra Goodman, Il profumo del tè e dell'amore di Fiona Neill, come se d'un tratto l'editoria si fosse accorta dell'esistenza del cibo nella vita umana. Non ho letto questi romanzi (quello di Goodman l'ho abbandonato molto presto), ma mi piacerebbe avere un vostro suggerimento. Dite che vale la pena procurarseli?
Insomma, in Colazione da Darcy (che traduce esattamente il titolo originale) non c'è traccia né di colazione, né di biscotti. Niente di niente. E' invece la storia di una giovane giornalista che riceve in eredità dalla zia un'isola al largo della costa occidentale d'Irlanda. Il trasferimento di Darcy dalle sofisticate abitudini londinesi al tenore spartano della vita a Tara (un nome poco originale, direi...), che avrebbe potuto essere raccontato con maggiore ingegno, determina un mutamento della sua personalità e dei suoi desideri, incoraggiato anche dall'aura di magia che circonda l'isola. Forse tutta la promessa suggestione si concentra proprio sullo splendido paesaggio, evocato a cornice di una storia piuttosto neutra, che tutto sommato dà l'impressione di essere stata facile da pensare e facile da scrivere. 
L'Irlanda, e in particolare quella parte d'Irlanda, è in verità un angolo di mondo che trasuda bellezza e spiritualità. 

Le isole Aran. Foto di Mara Barbuni (2005)
Una spiaggia lungo il Ring of Kerry. Foto di Mara Barbuni 
Il Connemara. Foto di Mara Barbuni

In Irlanda il vento gonfia onde d'erba lungo i campi, la torba riempie l'aria di odori fragranti, il mare rumoreggia arrotolandosi in candide creste e nebbie di perla abbracciano le pareti scabre delle scogliere. 
Il mio Claddagh Ring
E poi quei lidi rimangono indimenticabili per la loro ricca simbologia e per le loro leggende, che in Colazione da Darcy trovano uno spazio forse troppo esiguo, specie considerando che l'autrice ha trascorso dieci anni nell'isola di smeraldo... La più romantica di queste tradizioni è quella legata al Claddagh Ring, il celebre anello irlandese originario di Galway che riporta intrecciate insieme le allegorie dell'amore, della fedeltà e dell'amicizia. A seconda della mano e del verso in cui lo si indossa, il Claddagh Ring sta a significare le differenti situazioni del cuore: se sulla mano destra, con il cuore rivolto all'esterno esso ricorda che i nostri pensieri sono ancora liberi, e se rovesciato che il nostro cuore è già stato conquistato; sulla mano sinistra esso indica un impegno, fino a diventare, per alcune coppie, una vera e propria fede nuziale.
Il merito di Colazione da Darcy, insomma, è stato più che altro quello di risvegliare memorie incantevoli di un viaggio pieno di bellezza. La storia è graziosa, come dicevo, ma il suo ricordo scivola via in fretta... il tempo di un caffè. 



26 agosto 2012

The Lake of Dreams

Loch Ness, Scotland. Foto di Mara Barbuni (2009)

Il pluripremiato The Lake of Dreams (pubblicato in Italia da Garzanti con il titolo Un giorno mi troverai) dell'autrice best-selling Kim Edwards mi ha riportato alla mente le atmosfere placide e silenziose di Loch Ness, che a dispetto della tradizione e delle leggende è un luogo incantato, fiabesco e di assoluta dolcezza.
La cornice lacustre della storia di Lucy Jarrett non è né casuale né accessoria: la donna ritorna a casa della madre dopo molti anni trascorsi all'estero e rivive, ai margini del lago, la dolorosa vicenda della morte del padre, avvenuta anni prima proprio nelle sue acque, riscoprendo in se stessa i desideri della giovinezza, il senso della tragedia, la necessità dell'abbandono. Il libro racconta la ricostruzione dell'identità di Lucy attraverso la sua ricerca delle radici di famiglia: un fascio di lettere dimenticate e la ricorrenza di alcune simbologie nelle vetrate della cappella locale la spingono verso una quest che approderà non solo alla rivelazione di un mistero ma anche alla ricomposizione degli affari di famiglia. 
La narrazione è abbastanza lenta, e indugia nelle descrizioni dei paesaggi raggiungendo spesso anche una scrittura molto bella: "[...] in the mountains, spring lingered. The hydrangeas were just beginning to boom, their clusters of petals faintly green, bleeding into lavender and blue, pressing densely against the windows of the train" [in montagna perdurava la primavera. Le ortensie avevano appena cominciato la fioritura, e i loro mazzi di petali verde chiarissimo, digradanti nel lavanda e nell'azzurro, premevano densi contro i finestrini del treno]. Il passo del racconto sembra essere volutamente quieto, come se la scrittrice stessa si sia lasciata ammaliare dai ritmi quasi immobili del lago, dai rumori flebili delle onde che lambiscono la riva, dal costante ritorno di un'acqua imprigionata sempre fra le stesse spiagge, in un'eterna sospensione del tempo e dello spazio. Aleggia su questa storia uno struggente senso di precarietà, che è sia fisica che emotiva: Lucy è disoccupata e dubbiosa a proposito del futuro, sua madre sta pensando di vendere la casa di famiglia, e tutta la storia della sua ricerca gira intorno al ritrovamento di un capolavoro di arte vetraia che contiene gli indizi di un enigma che prima di allora nessuno aveva mai pensato a risolvere. 
L'acqua e il vetro, entrambi leitmotiv di questo romanzo, evocano suggestioni di transitorietà e fragilità, che percorrono l'intera lettura e non ci lasciano neanche dopo che si è girata l'ultima pagina, e ai personaggi sembra essere stata data la possibilità di vivere un'esistenza più stabile. Al di là della storia narrata, infatti, al di là delle vicende personali e dei tanti (forse troppi) motivi distribuiti, raccolti, abbandonati e ripresi nel libro, l'immagine che ci perseguita alla fine della lettura è solo quella del lago, silenzioso, oscuro, chiuso nella sua immutabilità.


16 agosto 2012

Il quadro che uccide

Giusto un anno fa ho scoperto una serie di romanzi di Iain Pears (autore del bestseller La quarta verità) di cui ho parlato nel post "Storie dell'arte". Dopo una vera scorpacciata di questi racconti nell'agosto del 2011, favorita dalle lunghissime ore trascorse in auto tornando dal mio viaggio in Inghilterra, avevo accantonato tale cosiddetta "Serie di Jonathan Argyll", e solo questa settimana ho deciso di recuperare il bandolo della matassa e riprendere a seguire le vicende di Jonathan (mercante d'arte) e Flavia (poliziotta impiegata in un fantomatico nucleo per le indagini e il reperimento di beni culturali). E non ho fatto male. 
L'estate, soprattutto nelle sue ore più calde, è per me un ottimo periodo per dedicarmi a gialli, misteri, inganni e simili amenità (subito dopo pranzo Rete4 propone quei veri gioielli che sono gli episodi della serie "Agatha Christie's Poirot", niente di meglio!): e questo Il quadro che uccide, proprio in un momento simile, è stata una scoperta molto positiva. E' forse il migliore dei romanzi della serie che ho letto finora, perché aggiunge un tocco in più alle consuete felici peculiarità della scrittura di Pears. 
Se gli altri libri, infatti, si sono contraddistinti per la trama complessa, la sottile ironia nella descrizione perfetta del personaggio di Jonathan (che lo restituisce ai nostri occhi quasi come un uomo in carne, ossa, spirito e infiniti difetti caratteriali) e la vivacità nella raffigurazione degli ambienti (Londra, Venezia, Roma, Parigi - quali luoghi potrebbero far sognare di più un lettore?), Il quadro che uccide eccelle per la proposta di una storia "gialla" che guarda anche indietro nel tempo, risuscitando le difficili esperienze e le drammatiche conseguenze della seconda guerra mondiale nell'ambito delle relazioni franco-tedesche. Il racconto della tragedia della resistenza e della lotta partigiana e la riflessione sull'impossibilità del presente di fare i conti con il proprio passato strisciano nell'impianto già ben strutturato della detective story classica e vi si integrano alla perfezione, emergendo ad una posizione prioritaria proprio nel momento finale, dello scioglimento della narrazione (dolorosamente non catartico) e della soluzione dell'enigma degli omicidi. Questa divagazione, così ben costruita da poter essere quasi estrapolata nella forma di un racconto breve indipendente, conferisce al romanzo una sorta di dignità letteraria cui gli altri della serie, nati molto probabilmente con altre intenzioni, non assurgono. 
Da narratore di prim'ordine qual è, Iain Pears ha scritto storie che sono ben interconnesse, ma anche indipendenti l'una dall'altra. In definitiva, se non vi va di procurarvi una mezza biblioteca (i libri della serie sono sette) vi consiglierei di leggere il primo, Il caso Raffaello, che ci presenta Jonathan e ce lo fa conoscere, e Il quadro che uccide, molto apprezzabile, forse, anche da chi diversamente da me non ama sprofondare nelle storie di Hercule, Sherlock, e dei loro esimi colleghi.


29 luglio 2012

I love Britain

Il grande spettacolo della cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici è stata un libro da leggere, da sfogliare lentamente e da gustare dalla prima all'ultima pagina. 
Danny Boyle ha dato all'evento l'aspetto di un album dei ricordi, di uno scrapbook che contenesse tutte le bellezze della cultura britannica: e per noi, che in certi contesti siamo persino chiamati "anglisti", ma che insomma siamo semplicemente innamorati di quella civiltà, la cerimonia è stata un'occasione per ricordarci perché ci siamo tanto appassionati a quel Paese e alla sua storia da decidere di dedicare loro i nostri studi e parte della nostra vita. 
Tutti i requisiti della Britishness sono stati presentati al massimo del loro trionfo: l'incanto della ruralità; la sottile ironia dell'incontro tra Sua Maestà e James Bond e la goffa delicatezza del "fool" dei nostri giorni, Mr Bean; la celebrazione della storia della musica e del musical; l'eccellenza della letteratura per bambini con la sua narrazione dell'ancestrale conflitto tra il Bene e il Male, e l'importanza delle sue conseguenze sulla costituzione della società britannica moderna (la lettura da Peter Pan e il volo delle Mary Poppins sono stati due momenti che hanno solleticato un qualcosa negli occhi e risvegliato qualcosa nel cuore...).



E allora, come un vero album di fotografie o un quaderno di appunti, cominciamo a citare, anche in disordine, obbedendo solo alle immagini che fioccano nei nostri pensieri, le mille luci di questo Paese delle meraviglie. Se vi piace, aggiungete anche le vostre sensazioni!
I cottage, le colline del Devonshire, il faro di Beachy Head, Stonehenge, i castelli scozzesi, Tintern Abbey, l'architettura georgiana, la moda del primo Novecento, il Globe, Shakespeare, il National Trust, la poesia romantica, il quartiere di Chelsea, Jane Austen, gli scones, il mare della Cornovaglia, un treno che attraversa il Sussex, il pub grub, Virginia Woolf, le librerie di Londra, la cerimonia del tè, Bath, lo Yorkshire, re Artù, la poesia di Tennyson, il piano terra di Harrod's, le canzoni di Adele, il Poets' Corner a Westminster Abbey, la sorpresa di un cielo azzurro, le greggi, le more lungo i sentieri, il crumble, Sting, le rose, le cabine telefoniche rosse, God Save the Queen dagli spalti di uno stadio di calcio, la gioielleria dell'età vittoriana, gli sceneggiati della BBC, l'inventore di internet, la libreria Waterstone's a Trafalgar Square, le isole Shetland e l'isola di Wight, Lyme Regis, il vento a Bristol, Oxbridge, gli scoiattoli di Hyde Park, le iscrizioni sulle panchine di legno, il gelato alla vaniglia con il Flake, il cioccolato Cadbury's, la voce del Big Ben, il British Museum, i bigliettini d'auguri, lo Union Jack, il punto croce di Michael Powell, la pittura paesaggistica di Turner, le imponenti mansions, il giardinaggio, le scogliere di Dover.
Il mio elenco termina qui, ma ci sarebbero decine e decine di altre bellezze da nominare... ci pensate voi? : )

Londra, agosto 2011