22 dicembre 2015

Lord Tennyson

Alfred Tennyson with book (1865)
Julia Margaret Cameron
Cari amici di Ipsa Legit (il vostro numero è aumentato tantissimo nelle ultime settimane… grazie!), per trascorrere insieme questi ultimi giorni prima del Natale vorrei condividere con voi qualche immagine di un’età perduta due volte. Due volte perché il poeta di cui voglio scrivere oggi visse a metà dell’Ottocento – e fu il supremo interprete dell’età vittoriana, amatissimo dalla Regina e dai suoi contemporanei – ma con i suoi versi risvegliò le voci e le arie sognanti di un medioevo da fiaba. 
Lord Alfred Tennyson (1809-1892) fu il primo scrittore a ricevere il titolo nobiliare da parte di un monarca e fu nominato “poeta laureato” nel 1850 (dopo Wordsworth). La sua poesia è influenzata dall’invenzione immaginifica e dalla musicalità della scrittura di Keats, e il linguaggio, ricco di ritmi e di rime, e caratterizzato da una metrica accuratissima, dà vita a mondi fantastici, nostalgici, onirici, di grande suggestività. Tra le sue opere, il poema Maud (una storia di disperazione, di morte e di pazzia) era il preferito della Regina Vittoria; The Lady of Shalott è la rappresentazione di una femme fatale che vede il mondo solo attraverso uno specchio, poi infranto dall’apparizione di Lancillotto (l’estetica di questo tema fu di forte ispirazione per la pittura preraffaellita); Ulysses è la celebrazione della vita, della lotta, della ricerca indefessa; In Memoriam, dedicato a un caro amico morto giovanissimo, è un pianto straziante sulla perdita dell’amicizia e della fede (parlando di Giordano Bruno, Tennyson affermò di condividerne l’idea di Dio) che, strutturato sul triplice ritorno della ricorrenza natalizia, affronta anche i dubbi laceranti destati dall’evoluzionismo darwiniano.
John William Waterhouse, The Lady of Shalott (1888)
Tra gli scritti più celebri c’è la raccolta di dodici poemi narrativi in blank verse Idylls of the King, che fu dedicata al Principe Alberto e che si basa in parte sui racconti, appartenenti al ciclo arturiano, dello scrittore del XV secolo Thomas Malory (Le Morte d’Arthur). I personaggi di questa raccolta sono quindi Artù, Gareth e Lynette, Lancillotto, Merlino e Vivien, Ginevra, e vi compaiono gli oggetti ricorrenti nel ciclo arturiano, come Excalibur, la tavola rotonda e il Santo Graal. Nel 1875 l’artista Julia Margaret Cameron, vicina di casa di Tennyson a Freshwater (Isola di Wight) fornì le fotografie per l’edizione illustrata della raccolta: i suoi ritratti effondono proprio l’aura eterea di un’età perduta, grazie ai contorni sfocati, ai contrasti chiaroscurali e agli sguardi dei soggetti ritratti, intrisi di nostalgia. 
Mi piace chiudere questo post con alcune tra le citazioni da Tennyson che amo di più, e nelle quali spero possiate trovare i più caldi auguri per un buon Natale e un anno nuovo pieno di speranza… 

È meglio avere amato e perduto che non avere amato mai

Se avessi un fiore per ogni volta che ho pensato a te, 
potrei camminare nel mio giardino per l’eternità

Io sono parte di tutto ciò che ho incontrato

Noi, s’è quello che s’è: una tempera d’eroici cuori, 
sempre la stessa: affraliti dal tempo e dal fato, ma duri 
sempre in lottare e cercare e trovare né cedere mai
(trad. di Giovanni Pascoli)

Non è mai troppo tardi per cercare un mondo più nuovo

 La speranza sorride dalla soglia dell’anno nuovo, 
e sussurra: “Sarà più felice”

Julia Margaret Cameron (per Idylls of the King):
"Lancelot and Guenevere", "Sir Galahad and the Pale Nun", "Vivien and Merlin" 


13 dicembre 2015

Lo spirito di Emily Brontë

Qualche tempo fa ho recensito la prima uscita della collana “Windy Moors” dedicata alla letteratura vittoriana, ideata e curata dalla casa editrice digitale (ma non solo) flower-edTre anime luminose fra le nebbie nordiche – uno studio sulle sorelle Brontë. Della stessa autrice, Giorgina Sonnino, e nella stessa collana è uscito recentemente un saggio pubblicato in origine sulla Nuova Antologia (1904), intitolato Il pensiero religioso di una poetessa inglese del secolo XIX: Emilia Giovanna Brontë, un’interessante osservazione del rapporto della scrittrice con la religiosità. 
Il saggio, come spiega il suo titolo, si concentra in particolare sulle composizioni poetiche di Emily, e merita di essere letto non solo per le citazioni che ne fa, ma anche per la ricchezza del suo stile. È bello, bellissimo, riscoprire una critica letteraria così genuina e intensa, fatta di amore puro per la letteratura, e non solo (come spesso avviene al giorno d’oggi) di elucubrazioni filosofiche che finiscono per dimenticarsi completamente del testo e del sentire originale dell’autore. E se per leggere questo tipo di critica dobbiamo rispolverare contributi vergati sulla carta più di un secolo fa… allora grazie a flower-ed, che con pazienza spulcia le riviste primonovecentesche alla ricerca di grandi sensibilità interpretative. 
Giorgina Sonnino definisce Emily (e totalmente a ragione, secondo me), «la figura di gran lunga più originale» fra i figli del Reverendo Brontë, ed è molto acuta nell’individuare nel tessuto geografico nel quale la scrittrice viveva la radice della sua ispirazione letteraria. La descrizione delle moors (parola che Sonnino lascia in inglese, ritenendola intraducibile) è molto evocativa, e il verbo usato per visualizzare i giovani Brontë all’interno di quel paesaggio è affascinante: «vagavano», tipico verbo del Romanticismo supremo (in tedesco wandern) al quale diede fama imperitura il dipinto di Caspar Friedrich. Altrettanto attenta e magnetica è la rappresentazione che Sonnino ci dà della fantasia di Emily, «popolata di spiriti», accesa da «un miraggio di colori» e del suo sconfinato amore per la libertà. Non mancano, in questo saggio, citazioni dalle più importanti voci critiche contemporanee che si occuparono della sua poesia, come Matthew Arnold, Byron o Swinburne, e il rimpianto per la morte precoce di un’autrice che oltre ai versi ribelli e a Cime tempestose avrebbe sicuramente potuto donare al mondo altre pagine indimenticabili. Nel merito specifico della religiosità di Emily, Sonnino parla di una «religione sua individuale» che ha i tratti dell’immanenza di Dio nella natura e della necessità del Bene, intuita con una straordinaria, e forse difficilmente riconosciuta alle donne, «grande potenza di astrazione».

2 dicembre 2015

La poesia di Elizabeth Siddal

Durante il mio ultimo viaggio in Italia ho ricevuto in dono da mia sorella un librino molto bello, sia per forma che per contenuto: Poesie di Elizabeth Siddal, pubblicato da Damocle Edizioni. Damocle è una casa editrice indipendente specializzata nella pubblicazione di saggistica, poesia, libri d’artista e teatro: la sua libreria si trova a Venezia, a San Polo, in Calle del Perdon 1311. Alla manifestazione Artbookberlin 2015, una fiera del libro d’artista che si è tenuta a Berlino qualche giorno fa, ho incontrato Damocle “di persona”: lo stand era ricco di vere opere uniche che mescolano la letteratura con le più disparate forme artistiche - dall’acquerello al mosaico, dalla fotografia all’illustrazione a matita - servendosi di raffinate tecniche e materiali come la carta cotone, la stampa a caratteri tipografici, la cucitura a mano, il vetro, il velluto, la madreperla. (Per consultare il loro catalogo: https://edizionidamocle.wordpress.com/
In quell’occasione non ho saputo resistere e ho acquistato un altro volumetto, del quale parlerò prossimamente: Walter Sickert: una conversazione di Virginia Woolf. 
Dante Gabriel Rossetti, Beata Beatrix
(Londra, Tate Britain), 1872
Ma torniamo a Elizabeth Siddal, la musa dei Preraffaelliti, che posò per Walter Howell Deverett, William Holman Hunt e John Everett Millais, fu la protetta di Ruskin, sposò Dante Gabriel Rossetti, e fu a sua volta una pittrice e disegnatrice: le opere ispirate a temi letterari e il suo autoritratto a olio furono esposti nel Salone Preraffaellita di Russel Place. La raccolta delle sue quindici poesie, tradotte (e introdotte) in questo libricino da Conny Stockhausen, rivela una sensibilità fortemente caratterizzata dalle atmosfere languide, quasi morbosamente malinconiche, di quel tardo Ottocento: come dimostrano i versi di Tennyson (sommo poeta dell’età vittoriana), i motivi della temperie romantica si sciolgono in una nostalgia dolorosa eppure delicatissima, in un rimpianto del passato nel quale la passione d’amore e il senso sempre incombente della morte si fondono ineluttabilmente. In “Amore e odio” (Love and Hate) Siddal scrive: «Volgi altrove i tuoi bugiardi occhi cupi, / e non posarli sul mio viso; / immenso amore ti diedi: ora l’immenso odio / s’insidia crudelmente al suo posto», e non posso fare a meno di pensare che si stia rivolgendo a Dante Rossetti, suo amante e poi marito, dal quale Elizabeth ricevette lezioni d’arte, passione sfrenata ma anche tanta implacabile sofferenza. E i versi di “Un anno e un giorno” (A Year and a Day) «Il fiume scorre eterno / nel suo letto erboso, / le voci di migliaia di uccelli / risuonano sul mio capo, / mi porteranno un sogno ancora più triste / di quando questo triste sogno avrà fine» mi sembrano come l’ekfrasis dell’Ophelia di Millais, riportata non a caso sulla copertina del volumetto. Il viso di Ofelia morta è quello di Elizabeth Siddal.

John Everett Millais, Ophelia (Londra, Tate Gallery), 1851-2.  Particolare.

Un interessante e completo sito web sulla pittrice e poetessa è http://lizziesiddal.com/portal/

12 novembre 2015

150 anniversario della morte di Elizabeth Gaskell

Cari lettori, oggi, nel 150 anniversario della sua morte, ricordiamo la grande scrittrice vittoriana Elizabeth Gaskell, che lasciò improvvisamente la sua famiglia e i suoi lettori mentre chiacchierava e beveva il tè insieme alle figlie nel salotto di Holybourne, la casa acquistata per fare una sorpresa al marito nel silenzio e nei profumi dello Hampshire.
Holybourne oggi - ©IpsaLegitPictures 2015
In quei giorni Elizabeth stava concludendo gli ultimi capitoli di Mogli e figlie, il romanzo che rimarrà per sempre nella storia della letteratura come il suo capolavoro.
Scrive l’editore della Cornhill Magazine, nella Nota in chiusura del romanzo (tradotta nella versione italiana del libro, pubblicata lo scorso maggio da Jo March): «è inutile speculare su ciò che sarebbe stato fatto da quella mano, forte e delicata, che non potrà mai più creare alcuna Molly Gibson – nessun altro Roger Hamley. In questa breve nota abbiamo ripetuto tutto ciò che si sa in merito ai suoi piani per la storia, che sarebbe stata completata con un ultimo capitolo. Non c’è dunque molto da rimpiangere, per quanto concerne il romanzo; il rammarico di coloro che l’hanno conosciuta non riguarda tanto la scrittrice, quanto la donna – una delle più gentili e sagge del suo tempo. Eppure, volendo considerare unicamente i suoi meriti di scrittrice, la sua morte prematura è motivo di grande rincrescimento. È chiaro, in questo romanzo Mogli e figlie, nella squisita piccola storia che l’ha preceduto, Mia cugina Phillis, e in Gli innamorati di Sylvia, che in quei cinque anni Mrs. Gaskell aveva intrapreso una nuova carriera, con tutta la freschezza della gioventù, e con un intelletto che sembrava essersi liberato della sua argilla per rinascere ancora una volta. Questo “liberarsi dell’argilla” dev’essere interpretato in senso stretto. Tutte le menti sono in qualche modo avvolte dalla “veste di fango” in cui sono contenute; ma poche di loro mostrarono di essere fatte di vile terra meno di quella di Mrs. Gaskell. È sempre stato così; ma, di recente, persino la lieve sfumatura delle origini sembrava essere svanita.
Leggendo uno qualunque dei tre libri appena citati, ci si ritrova trascinati fuori da un mondo abominevolmente malvagio, che si trascina nell’egoismo e puzza di passioni meschine, e dentro un universo dove ci sono molta debolezza, tanti errori e lunghe e amare sofferenze, ma dove è possibile alle persone condurre una vita placida e sana; e, per di più, si avverte che questo mondo è reale almeno quanto l’altro. Lo spirito benevolo che non pensa male di nessuno effonde luce dalle pagine; e mentre noi le leggiamo, respiriamo l’intelligenza più pura, che tratta di emozioni e di passioni che hanno radici vive nella mente, nell’abbraccio della salvezza, e non di quelle che marciscono perché ne sono escluse. Questo spirito si manifesta specialmente in Mia cugina Phillis e in Mogli e figlie – le ultime opere dell’autrice; esse sembrano dimostrare che, per lei, la fine della vita non era una discesa tra le zolle della valle, ma un’ascesa nell’aria più limpida delle colline che aspirano al cielo. [...] Questi ultimi romanzi di Mrs. Gaskell sono tra i migliori del nostro tempo» (Mogli e figlie, pp. 681-2).

3 novembre 2015

Omicidi all'inglese - seconda puntata

Le storie di Auguste Dupin, linvestigatore dei racconti di Edgar Allan Poe, sono caratterizzate da un contesto urbano: sono tutti racconti ambientati a Parigi. Il corrispettivo inglese di Dupin, lo Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle (1859-1930), agisce soprattutto a Londra, confermando il diffuso senso di inquietudine sociale e psicologica dovuta alla improvvisa espansione e modernizzazione delle grandi città europee. Ha scritto il grande critico Walter Benjamin che “l’originale contesto sociale delle detective stories è l’annichilimento delle tracce dell’individuo nella folla che contraddistingue la grande città” (Saggi su Charles Baudelaire). Il primo libro in cui fa la sua comparsa Sherlock Holmes è Uno studio in rosso, del 1887, che introduce i personaggi di Holmes e di John Watson, un ex medico militare reduce della guerra in Afghanistan. Il loro sodalizio investigativo viene descritto in quattro romanzi (Uno studio in rosso, Il segno dei quattro, 1890, Il mastino dei Baskerville, 1902, La valle della paura, 1915) e in cinquantasei racconti, perlopiù scritti in prima persona dallo stesso Watson. La caratteristica principale delle avventure Sherlock Holmes è, oltre al metodo deduttivo ereditato da Dupin, la popolarizzazione della scienza criminologica, cioè l'applicazione del metodo scientifico alle investigazioni criminali. In particolare, l’osservazione dettagliata delle tracce lasciate sulla scena di un crimine è una strategia che rimane valida anche nelle storie poliziesche dei giorni nostri, come le serie televisive del tipo CSI. 
Padre Ronald Knox
Con Conan Doyle abbiamo cambiato secolo. L’ultima raccolta di racconti dedicati al suo celebre detective, Il taccuino di Sherlock Holmes, risale al 1927. Nello stesso anno il critico e poeta T.S. Eliot pubblica un articolo in cui traccia una sorta di elenco delle caratteristiche di un buon racconto “giallo” (tra queste, la norma che prevede la presenza nella storia di una casa di campagna inglese); nel 1929 compare un’altra serie di norme, firmata dal teologo e scrittore Ronald Knox (1888-1957), che cura la raccolta The Best Detective Stories e nell’Introduzione spiega che “il romanzo poliziesco di tipo deduttivo deve avere come principale interesse il dipanamento di un mistero, un mistero i cui elementi devono essere presentati in modo chiaro sin dalle prime battute di un racconto, e la cui natura sia tale da suscitare una certa dose di curiosità – una curiosità che deve alla fine essere gratificata.” Il famoso “decalogo di Knox” prevede, per esempio, che il colpevole devessere un personaggio che compare nella storia fin dalle prime pagine; che tutti gli interventi soprannaturali o paranormali devono essere esclusi dalla storia; che nessun evento casuale devessere di aiuto allinvestigatore e neppure lui può avere uninspiegabile intuizione che alla fine si dimostri esatta; che lamico stupido dellinvestigatore, («il suo dottor Watson»), non deve nascondere alcun pensiero che gli passa per la testa e la sua intelligenza deve essere al di sotto di quella del lettore medio. 
I comandamenti di Knox governarono la scrittura di tutte le opere risalenti alla cosiddetta Golden Age of Detective Fiction, un periodo compreso tra gli anni Venti e gli anni Trenta. La maggior parte degli esponenti di questa sorta di “scuola di scrittura” era di origine britannica, ma allo stesso gruppo sono considerati appartenere Georges Simenon, S.S. Van Dine, Raymond Chandler e Ellery Queen. La Golden Age si caratterizza anche per la scrittura femminile: a questo periodo risalgono infatti le opere delle “regine del giallo” Agatha Christie, Dorothy L. Sayers, Margery Allingham e la neozelandese Edith Ngaio Marsh. Dorothy Sayers e Agatha Christie furono anche presidentesse del cosiddetto “Detection Club”, un club di famosi scrittori di romanzi polizieschi fondato nel 1930 e ancora attivo (l’attuale presidente è Simon Brett, scrittore molto prolifico, drammaturgo e autore di programmi radiofonici per la BBC, molti dei cui romanzi sono ispirati alla tradizione della Golden Age).
Dorothy L. Sayers (1893-1957) fu una delle prime donne a laurearsi a Oxford. Oltre che scrittrice di gialli, fu la traduttrice (in inglese) della Divina Commedia e della Chanson de Roland. Tra le sue opere più conosciute c’è Gaudy Night (1935), di cui non c’è traduzione italiana, che è considerato il “primo romanzo del mistero femminista”, perché esamina la lotta delle donne nell’Inghilterra degli anni Trenta per la conquista dell’indipendenza, e soprattutto del diritto a un’istruzione universitaria. Il segreto delle campane (1934), invece, approfittando della trama criminale esplora un tema importantissimo per la cultura inglese: quello legato al mondo dei suonatori di campane. In questo giallo l’autrice presenta ai lettori il classico schema dell’omicidio che si verifica in un piccolo villaggio di campagna, e che in qualche modo coinvolge l’istituzione parrocchiale e il parroco stesso. Se questo modello narrativo è di grandissima attualità, perché è il fulcro della serie televisiva (tuttora in produzione) Grantchester – dove un parroco reduce della seconda guerra mondiale affianca un detective della polizia nella soluzione di una serie di omicidi – non c’è dubbio che fu di grandissima ispirazione per gli scrittori della Golden Age. 
La morte nel villaggio (1930), per esempio, il primo dei dodici romanzi di Agatha Christie in cui compare il personaggio di Miss Marple, ha come titolo originale The Murder at the Vicarage, ovvero “Omicidio in Canonica”. Agatha Christie (1890-1976), l’autrice più tradotta al mondo, ha fatto dello schema narrativo dell’omicidio che avviene in uno spazio ristretto e ben delimitato una specie di marchio di fabbrica. Questo spazio limitato può essere, appunto, il villaggio (idea che ha ispirato anche le famose serie televisive di genere “giallo” Murder, She Wrote, Midsomer Murders e il recente Broadchurch), come in C’è un cadavere in biblioteca, Assassinio allo specchio, Il terrore viene per posta, Un delitto avrà luogo. All’interno di una casa di campagna, ma di una famiglia benestante (come sosteneva T.S. Eliot), si sviluppa invece il primo romanzo in cui fa la sua comparsa il detective belga – rifugiato di guerra – Hercule Poirot. Il libro, che segnò il debutto di Agatha Christie sulla scena letteraria, è Poirot a Styles Court (1920). Sempre in una residenza di campagna dell’alta borghesia si svolgono Poirot e la salma, La parola alla difesa, I sette quadranti e Istantanea di un delitto – il cui omicidio, però, avviene su un treno, quello delle 4.50 da Paddington. 
In generale, Agatha Christie ha la tendenza a tracciare i confini di un ambiente e a presentare subito il gruppo dei diversi personaggi, fra i quali ci saranno la o le vittime, l’assassino, e tutti i sospettati. In alcuni casi tutta la scena si verifica addirittura su mezzi di trasporto in movimento, per garantire l’impossibilità che l’assassinio sia stato compiuto da qualcuno proveniente dall’esterno: è il caso di Assassinio sull’Orient Express, ambientato sul treno, Poirot sul Nilo, su una nave, e Delitto in cielo, su un aereo. Le vicende di Non c’è più scampo riguardano la ristretta comunità che lavora su alcuni scavi archeologici in Iraq; Macabro Quiz si svolge in una scuola, mentre Corpi al sole è ambientato su un’isola ben separata dalla terraferma (esattamente come in Dieci piccoli indiani). Agatha Christie scrisse 66 romanzi e 153 racconti gialli, oltre a 6 romanzi rosa, una serie di opere teatrali e radiodrammi, un’autobiografia, una cronaca di viaggio e altri lavori. Quest’anno, in occasione del 125° anniversario della sua nascita, è stato indetto un sondaggio per votare i suoi migliori racconti del crimine: il vincitore è risultato Dieci piccoli indiani, seguito da Assassinio sull’Orient Express e da L’assassinio di Roger Ackroyd (1926). Quest’ultimo romanzo, ambientato ancora una volta in un villaggio, è considerato in assoluto uno dei suoi più riusciti, e al momento della sua pubblicazione destò grande clamore, perché violava una delle regole fondamentali del decalogo di Knox. 
La domanda che ci resta da porci, a questo punto, è: perché? Perché si leggono e si scrivono ancora gialli? Che cosa rende il genere della crime fiction così irresistibile, da più di cent’anni a questa parte?


2 novembre 2015

Omicidi all'inglese - prima puntata

Sabato scorso, alla Libreria Morelli 1867 di Dolo (Ve), ho parlato di crime fiction con un pubblico molto variegato per età e per interessi, ma ugualmente partecipe e preparato, in una data, il 31 ottobre, che secondo la cultura celtica e anglosassone segna la fine dell’estate e l’inizio della stagione delle ombre. Sull’oscurità e sul mistero la crime fiction ha costruito la sua fortuna – una fortuna che dura, e non accenna a indebolirsi, da circa centocinquant’anni; ma forse non è alle sue ombre che deve la sua celebrità, quanto alla luce che si accende alla fine di ogni storia. Una luce, quella della ragione, che dissipa le paure e gli obbrobri dell’omicidio grazie all’intervento di un detective
La figura del poliziotto e il concetto dell’indagine cui noi siamo abituati sono realtà piuttosto recenti. Prima che venissero ufficialmente create le forze dell’ordine, a metà dell’Ottocento, i governi erano solito convocare gli eserciti per controllare le rivolte o le sommosse, ma non esisteva un organo vero e proprio di prevenzione del crimine, o tantomeno di investigazione. Con l’inizio del XIX secolo, in Inghilterra, la fine delle guerre napoleoniche comportò l’insorgere di una grave crisi economica, il ritorno di grandi numeri di soldati ormai disoccupati, la mancanza di cibo e di ordine, e la scena sociale iniziò ad essere sconvolta da ricorrenti episodi di violenza. Per questa ragione si cominciò a pensare di fondare un vero e proprio corpo di polizia, la Polizia Metropolitana (MET), che però vide la luce, grazie al ministro Robert Peel, solo nel 1829. 
Nel 1842 però avvenne un omicidio la MET non fu in grado di risolvere, attirandosi lo sdegno e le ironie dell’intera opinione pubblica. Si decise dunque di fondare un apposito organo di investigazione, costituito da otto uomini (due ispettori e sei sergenti), cui fu dato il nome di “Detective Department”. Lo scrittore Charles Dickens ne era entusiasta, e sulle sue attività scrisse numerosi articoli. Nel suo romanzo Casa desolata (1852-3), un romanzo quasi kafkiano per la sua rappresentazione di una giustizia grottesca e malefica, egli creò il primo detective letterario nel personaggio di Mr. Bucket, su imitazione del vero ispettore Charles Field, che faceva parte del Detective Department e sul quale Dickens scrisse anche un saggio (On Duty with Inspector Field). I lettori iniziarono subito ad essere affascinati dall’idea del detective e della soluzione dei crimini.
Fra i primi romanzi polizieschi si annovera The Moonstone – in italiano La pietra di luna – del 1868, scritto da uno dei principali collaboratori di Dickens, suo compagno di viaggio e confidente, Wilkie Collins (1824-1889). La pietra di luna è un poliziesco autentico, imperniato su un furto di un diamante (la “pietra di luna”, appunto), e allo stesso tempo un romanzo molto inglese, perché assume la forma dello spostamento tra metropoli e periferia, ed entro quest’ultima cornice i fatti si svolgono in una classica residenza benestante di campagna. Collins ebbe sempre interesse per il gotico e per le personalità scisse, al limite del delirio: caratteristica della sua scrittura è quella del dubbio sull’identità, della dimensione onirica (è considerato il più “freudiano” dei narratori vittoriani), della messa in discussione del principio di verità. La donna in bianco (The Woman in White, 1859-1860), per esempio, è celebre per la catena infinita degli eventi e per le costanti strategie di verità e finzione che si accavallano. Per questa ragione, il romanzo costituisce un’enorme infrazione della regola del romanzo vittoriano centrata sull’onniscienza del narratore (che ha un unico antecedente narrativo in Cime tempestose), perché si basa su testimonianze plurali. La storia è infatti raccontata secondo lo schema dell’inchiesta o indagine processuale: gli avvenimenti vengono riportati da una serie di testimoni, alle cui deposizioni si aggiungono memoriali privati, lettere e un diario. Molto spesso le testimonianze sullo stesso evento sono addirittura divergenti: non c’è dunque una verità univoca, ma tante pseudoverità personali.
Più o meno agli stessi anni della scrittura di Wilkie Collins risalgono i settanta romanzi di Mary Elizabeth Braddon (1835-1915), amica di Collins e grande interprete del genere della letteratura “di sensazione” (sensational novel). Il più celebre fra i suoi libri è Il segreto di Lady Audley, che dal momento della sua pubblicazione del 1862 non è mai andato fuori stampa. L’importanza di questo romanzo sta nella sua trasgressione morale e nella sua espressione delle inquietudini, tipicamente vittoriane, riguardanti la sfera domestica. La casa, che per l’etica del tempo era considerata il rifugio perfetto da ogni pericolo, diventa un luogo oscuro e pericoloso, e la donna, il proverbiale “angelo del focolare”, assume i tratti della violenza, del crimine, e della violazione delle basilari regole strutturali della famiglia.
C’è un altro nome femminile meno conosciuto, eppure importantissimo per tracciare una storia della detective story (anzi, pare che questo termine l’abbia proprio inventato lei): è quello dell’americana Anna Katherine Green (1846-1935), che introdusse nei suoi romanzi la figura di una donna investigatrice, Amelia Butterworth (prototipo di Miss Marple) che assiste nelle indagini il detective Ebenzer Gryce della polizia metropolitana di New York. Green ha creato anche il personaggio di Violet Strange, una ragazza dell’alta società con una doppia vita da investigatrice. La critica attribuisce a Anna Katherine Green le caratteristiche che avrebbero poi definito la letteratura del crimine di Agatha Christie e di Conan Doyle, perché è nei suoi romanzi che compaiono per la prima volta vecchie zitelle investigatrici, cadaveri in biblioteca, inchieste e testimoni qualificati. In particolare, è l’accuratezza nella descrizione delle procedure legali ad aver colpito la critica e i lettori, tanto che alcuni suoi libri furono usati come casi di studio alla facoltà di legge dell’università di Yale. Tra i suoi titoli più noti, Il caso Leavenworth (1878, tradotto anche con il titolo Le due cugine), e Due iniziali soltanto (1911).
Per molti critici le origini di quella che definiamo la letteratura “gialla” (il “giallo” deriva dal colore delle copertine scelto da Mondadori a partire dal 1929 per pubblicare storie noir o poliziesche) risalgono, oltre che alle opere di Wilkie Collins e di Anna Katherine Green, all’ancora precedente I delitti della Rue Morgue (1841) di Edgar Allan Poe. Questo è il primo dei tre racconti in cui compare il personaggio di Auguste Dupin, un investigatore che riesce a risolvere i casi criminali grazie alle sue enormi capacità deduttive. Il personaggio di Dupin crea un modello al quale si ispireranno quasi tutti i più importanti autori degli anni successivi: il più celebre dei suoi epigoni sarà Sherlock Holmes. (Nel primo libro in cui compare Sherlock Holmes, Uno studio in rosso, Watson paragona quest’ultimo proprio al Dupin di Poe. Holmes risponde dicendo di avere capacità ben superiori.) 
Questo racconto inaugura lo schema dell’“omicidio nella stanza chiusa” sfruttato in seguito da numerosi altri autori di racconti del crimine. In una notte, in un appartamento in Rue Morgue (si noti che “morgue” in inglese è l’obitorio) a Parigi, vengono assassinate l’anziana Madame L’Espanaye, trovata nel cortile interno mutilata e con la gola tagliata, e sua figlia Camille, strangolata e nascosta nella cappa del camino. La soluzione al caso offerta da Dupin è rimasta celebre nella storia della letteratura gialla per essere la più improbabile, ma l’unica possibile. Anche Sherlock Holmes dirà a un certo punto (Il segno dei quattro) che “Eliminato l’impossibile, ciò che resta, per improbabile che sia, deve essere la verità”. Auguste Dupin è anche il protagonista di La lettera rubata, racconto del 1845 che fu successivamente studiato da Freud, da Lacan e da Derrida, e citato da Proust (Sodoma e Gomorra) e da Sciascia in Todo Modo, che sottolinea il principio per cui la verità è sotto gli occhi di tutti, ma proprio per questo nessuno la vede. 

Fine prima puntata.

20 ottobre 2015

Tre anime luminose fra le nebbie nordiche


Benché siano tanti anni che mi occupo di letteratura vittoriana, soprattutto femminile, non ho mai scritto nulla, in questo blog, sulle opere delle sorelle Brontë. Sarà perché ho letto Jane Eyre e Cime tempestose troppo tempo fa, al liceo, o perché, forse, la loro vita e la loro personalità – parlo di Charlotte e di Emily, in particolare – è per me più affascinante di quella dei loro personaggi.
Per questa ragione, la scoperta editoriale in cui mi sono imbattuta qualche settimana fa è stata davvero piacevole. Mi riferisco a Tre anime luminose fra le nebbie nordiche, una biografia delle sorelle Brontë ricca di osservazioni critiche (interessante a questo proposito la “Parte Quarta”), pubblicata per la prima volta addirittura nel 1903. Il testo, che rappresenta la prima biografia delle sorelle Brontë in lingua italiana, fu scritto in un’epoca in cui le traduzioni italiane di romanzi come Jane Eyre e Villette non erano ancora apparse: eppure la rivista Nuova Antologia recensì il volume affermando: “La lettura del libro è interessante come un romanzo, o meglio, come un racconto di cui conoscessimo e amassimo i principali personaggi”. 
Cover di Petra Zari
Ed è proprio così. Carlotta, Emilia e Anna Brontë (l’italianizzazione dei nomi non può che ricordarci, molto gradevolmente devo dire, che la scrittura di questo testo risale a un’epoca di scrittoi di legno profumato di cera, pennini che graffiano la carta, lampade a olio e fruscii di gonne sui pavimenti) diventano personaggi di una storia così avvincente da sembrare a sua volta una creatura dell’immaginazione; il rendiconto delle loro emozioni, dei loro turbamenti e delle loro grandi sofferenze assume la forma di un grande romanzo familiare, in cui lo sforzo di espressione del genio femminile riesce ad affermarsi e a dominare. La qualità della scrittura è alta, e l’italiano, ancorché old fashioned, è semplicemente bellissimo. 
Ma a chi dobbiamo questo felice, imprevisto e a lungo dimenticato prodotto di una forte passione per la letteratura inglese vittoriana? A un’altra donna, e forse non a caso. L’autrice di Tre anime luminose fra le nebbie nordiche, celata dietro il suggestivo pseudonimo “Gorgo Silente”, è, come ci spiegano le curatrici del libro, Giorgina Sonnino, nipote del celebre Sidney Sonnino che fu Presidente del Consiglio dei Ministri tra il 1906 e il 1910. La famiglia, di nobili origini, era ebraica da parte di padre e britannica da parte di madre. 
Fonte: cataloghistorici.bdi.sbn.it
È interessante notare che il catalogo del servizio bibliotecario nazionale e il catalogo storico della Biblioteca Malatestiana di Cesena riportano il rifermento a un articolo firmato da Gorgo Silente di soggetto evidentemente politico, intitolato “Cecil Rhodes. Il Napoleone del Capo”, pubblicato in Nuova Antologia di lettere, scienze ed arti (Serie 4, Vol. 94, 1901, pp. 642-659).
Giorgina nacque nel 1875 e morì nel 1943, l’anno dell’armistizio. Osservando questi dati e queste date, mi viene da pensare che forse anche la sua storia personale potrebbe diventare un romanzo…. 
L’edizione originale di Tre anime luminose fra le nebbie nordiche è davvero rarissima, quasi introvabile, ed è dunque una grande soddisfazione che una giovane casa editrice indipendente si sia preoccupata di ripubblicare questo libro, disponibile sia in formato ebook che cartaceo. 
Flower-ed – di Michela e Giorgia Alessandroni – è una casa editrice digitale (ma non solo), fondata nel 2012, che pubblica sia saggistica che narrativa. In particolare, la collana “Windy Moors” (brughiere ventose) raccoglie saggi sulla letteratura vittoriana.


16 ottobre 2015

Meeting Kate Morton in Frankfurt

Great day yesterday for my blog (and me)! I took the train from Berlin before the dawn, travelled westward through Germany under a leaden sky and along snowy fields and finally reached Frankfurt, where I spent the morning visiting the International Book Fair. I walked up and down the Hallen with the eyes full of joy and the mouth open for surprise, while hundreds of the world’s most important publishing names flashed before me, and thousands of books shone like jewellery in their showcases, on their reading desks and on their shelves. Covers of old and new volumes attracted the curious glances of the participants, and around tables covered with cups of coffee, biscuits and candies (as a matter of fact, after five o’ clock canapés and bottles of white wine appeared...) enthusiast people spoke of writing, of editing, of translating, and (of course) of money-making.
It’s been like passing for a moment through sliding doors and having a look to what could (and should) have been: glancing at what would have been my life if I had realized the dream to become a professional in publishing. To dispel a touch of melancholy I wandered through the gorgeous (and crowded) stalls of children literature’s publishers and I examined the glossy catalogues of publishing houses that never let you down: the German Fischer and Suhrkamp/Insel, with its precious covers; the Parisian Gallimard; the British Bloomsbury; and, last but not least, the Australian Allen & Unwin, with its splendid collection of Kate Morton’s novels.
And Kate Morton herself has been the protagonist of yesterday afternoon. A book signing was scheduled at the Hugendubel bookshop: there I bought the German edition of her fourth book, The Secret Keeper (which I had already read in English) and, like other Kate’s admirers, I waited for her arrival in a little corner of the store, prepared for the occasion.
Sometimes coming face to face with a writer one really loves can be risky: what if the author is arrogant, looks bored or never smiles? Nothing similar happened yesterday: meeting Kate Morton has been a beautiful experience, thanks to her kindness and her great capacity to create an emotional bond with her readers. Like every highly-talented storyteller, she can charm you with a couple of sentences: it happens in her books, it happened yesterday, too.

For a start, Kate presented her new novel, The Lake House, which will be published at the end of this month: its German and Italian translations will appear in 2016, but, as always, I will read the original version - and I’m looking forward to it! The Lake House, she told us yesterday, is the story of a family in Cornwall (yes, like in The Forgotten Garden!) who, at the end of a glorious midsummer party in 1933, falls into tragedy. The other chronological level of the novel (which is an essential and recurrent element of Kate Morton’s stories) is set in the 21st century: the protagonist is a woman who must investigate the mysterious events of that past.
While signing, Kate was so kind as to chat with us and answer our questions. Among the thousands aspects I love of and in her books, there’s the power with which objects are imbued: jewels, letters, clocks, books, clothes are often crucial for the development of the story, because they help characters (and readers) to shift from the present to the past, and viceversa. Sometimes the very identity of characters is linked to objects: this is the case with the brooch in The Forgotten Garden, or with Juniper’s dress in The Distant Hours. I asked Kate if there is a particular category of objects she feels inspired by; she answered that her mother worked as an antique dealer, so since her childhood Kate has been attracted to boxes, caskets, drawers, and any mysterious object which could reveal a connection with the past.
Her novels are just like this: chests of wonders, where the reader can experience strong emotions, be transported to another place in time and use all of the five senses, because Kate’s stories brim with sounds, hues, scents, and touch sensations. Nothing can be better now than waiting for the mysteries, the colours and the musicality of The Lake House...

In italiano....

Ieri è stato un gran giorno per Ipsa Legit (e per me)! Ho preso il treno da Berlino prima dell’alba, ho viaggiato verso ovest attraverso la Germania sotto un cielo plumbeo e lungo campi innevati e alla fine ho raggiunto Francoforte, dove ho trascorso la mattina visitando la Fiera Internazionale del Libro. Ho passeggiato su e giù per i padiglioni con gli occhi pieni di gioia e la bocca aperta per la sorpresa, mentre centinaia di nomi delle più importanti case editrici del mondo balenavano davanti a me, e migliaia di libri splendevano come gioielli nelle teche, sui leggii e sugli scaffali. 
Le copertine di volumi vecchi e nuovi attraevano gli sguardi curiosi dei partecipanti, e intorno a tavolini coperti di tazze di caffè, biscotti e caramelle (veramente dopo le cinque sono comparse anche tartine e bottiglie di vino bianco…) gente entusiasta parlava di scrittura, di editing, di traduzione, e naturalmente di profitti. È stato come passare per un attimo attraverso due sliding doors e dare un’occhiata a quello che sarebbe potuto (e dovuto) essere: spiare cosa sarebbe stato di me se fossi diventata una professionista dell’editoria. Per dissipare una lievissima malinconia ho vagabondato tra gli stand meravigliosi (e affollati) della letteratura per bambini, e ho esaminato i lucidissimi cataloghi delle case editrici che non ti deludono mai: le tedesche Fischer e Suhrkamp/Insel, con le sue preziose copertine; la parigina Gallimard, l’inglese Bloomsbury, e non ultima l’australiana Allen & Unwin, con la sua splendida collezione di libri di Kate Morton. 
E proprio Kate Morton è stata la protagonista del pomeriggio di ieri. Una “firma dell’autore” era prevista alla libreria Hugendubel, dove ho acquistato l’edizione tedesca di The Secret Keeper (già letto in inglese) e, come altri ammiratori di Kate, ho aspettato il suo arrivo in un angolino del negozio, preparato per l’occasione. 
A volta vedere di persona uno scrittore che si ama può essere rischioso: e se risulta arrogante, annoiato, o non sorride mai? Niente di tutto questo è accaduto ieri: incontrare Kate Morton è stata una bellissima esperienza, grazie alla sua gentilezza, e alla sua grande capacità di creare un legame emozionale con i suoi lettori. Come ogni talentuoso narratore, Kate sa incantarti con un paio di frasi: succede nei suoi libri, è accaduto anche ieri. Per iniziare, la scrittrice ha presentato il suo nuovo romanzo, The Lake House, che uscirà alla fine di questo mese: le traduzioni tedesca e italiana sono previste per il 2016, ma, come al solito, io leggerò l’originale – e non vedo l’ora! Il libro, come ha raccontato ieri Kate, è la storia di una famiglia in Cornovaglia (sì, come in The Forgotten Garden) che alla fine di una splendida festa, nel 1933, precipita nella tragedia. Il secondo piano cronologico del romanzo (cifra delle storie di Kate Morton) è ambientato nel ventunesimo secolo: la protagonista è una donna che deve investigare sui misteri di quel passato. Firmando le copie di Die Verlorenen Spuren (The Secret Keeper), Kate è stata così gentile da chiacchierare un po’ con i presenti e rispondere alle nostre domande. 
Tra i numerosi aspetti che mi piacciono dei suoi libri c’è il potere di cui sono impregnati gli oggetti: gioielli, lettere, orologi, libri, abiti, sono spesso cruciali per lo sviluppo della storia, perché aiutano i personaggi e i lettori a spostarsi dal presente al passato, e viceversa. A volte la stessa identità di un personaggio è legata a un oggetto: è il caso della spilla in The Forgotten Garden, ad esempio, o del vestito di Juniper in The Distant Hours. Ho chiesto a Kate se c’è una particolare categoria di oggetti dalla quale si sente ispirata; mi ha risposto che sua madre vendeva oggetti di antiquariato, così sin da piccola Kate è stata attratta da scatole, scrigni, cassetti, e da tutti quegli oggetti misteriosi che possono schiudere una connessione con il passato. I suoi romanzi sono proprio così: bauli di meraviglie, in cui il lettore può provare emozioni forti, lasciarsi trasportare in un altro tempo, ed esercitare tutti e cinque i sensi, perché le storie di Kate Morton traboccano di suoni, di sfumature, di fragranze e di sensazioni tattili. Niente di meglio, adesso, che attendere i misteri, i colori e la musicalità di The Lake House


8 ottobre 2015

Elizabeth von Arnim, qualche lettura dopo

In questo blog compaiono diversi post dedicati alla scrittrice di lingua inglese Elizabeth von Arnim: li ho scritti nel corso di tre anni, in occasione delle letture dei suoi romanzi. Nel frattempo, l’interesse nei confronti di questa “femminista dimenticata” (come l’ha definita The Independent) si è diffuso un po’ ovunque, sia sui blog e sulla stampa sia in ambito accademico. Il mese scorso, a Cambridge, si è infatti tenuto un convegno interamente dedicato a lei, che ha esplorato la sua scrittura nel contesto storico tra i due conflitti mondiali e in quello culturale del fenomeno della New Woman e del Modernismo; le relazioni di von Arnim con i grandi nomi letterari della sua epoca; le influenze austeniane e bronteane nelle sue opere; le forme e i temi della sua scrittura. 
Qualche settimana fa sono potuta tornare a Stralsund (nei cui dintorni si svolge Il circolo delle ingrate) e all’isola di Rügen, dove è ambientato Elizabeth a Rügen (trad. it. di M. Pareschi, sempre edita da Bollati Borighieri). Quest’ultimo è, come recita il suo sottotitolo tedesco, un romanzo di viaggio: l’io narrante parte, in compagnia di una cameriera, per una avventurosa esplorazione dell’isola di Rügen, dove può godere di un paesaggio splendido e dove fa incontri piuttosto insidiosi, che la convincono della (talvolta tragica) comicità del genere umano. «What are men to rocks and mountains?» direbbe Jane Austen. E in effetti le rocce e i prati dell’isola sono di una bellezza così impressionante che persino il pittore Friedrich se ne innamorò, scegliendoli come soggetto di alcuni suoi dipinti. 
1) Cartolina della Berlino del primo Novecento; 2) Hotel Fürstenhof a Sassnitz, Isola di Rügen
3) Piazza del Rathaus di Stralsund; 4) Veduta di Rügen da Stralsund
©IpsaLegitPictures 2015

Dopo aver letto, dunque, tante delle storie generate dalla penna di von Arnim ritorno a parlare di lei, della “donna” che fu, e che traspare inequivocabilmente tra le sue pagine e dai contorni dei suoi personaggi. Elizabeth von Arnim nacque nel 1866 in Australia, con il nome Mary Annette Beauchamp (era la cugina di Kathleen Beauchamp, conosciuta al grande pubblico come Katherine Mansfield); crebbe però in Inghilterra, dove il padre fu un ricco commerciante. Nel 1891, durante una vacanza in Italia, Mary incontrò il Conte prussiano Henning August von Arnim-Schlagenthin, che divenne presto suo marito. La coppia visse per un periodo a Berlino, poi si trasferì in Pomerania, nella Germania settentrionale, ed ebbe cinque figli (uno dei loro tutori fu niente meno che Edward Morgan Forster). Presto però il loro legame si deteriorò, a causa del carattere iracondo del Conte (Elizabeth lo definisce nelle sue opere The Man of Wrath, “L’uomo della collera”), che poi si ritrovò persino in carcere per frode. 
Fu in quel periodo, con lo scopo di guadagnare denaro, che iniziò l’attività letteraria di Elizabeth: il suo primo romanzo, in forma diaristica, ampiamente autobiografico e satirico, è Elizabeth and Her German Garden (Il giardino di Elizabeth, 1898), che con le sue 21 edizioni fu un vero e proprio bestseller (ragion per cui ha fatto la sua comparsa in una delle prime puntate di Downton Abbey – cosa che, a quanto pare, ha risvegliato la riscoperta delle opere della scrittrice). Seguirono The Solitary Summer (Un’estate da sola, 1899), The Benefactress (Il circolo delle ingrate, 1902), The Adventures of Elizabeth in Rügen (Elizabeth a Rügen, 1904), Princess Priscilla’s Fortnight (Una principessa in fuga, 1905), Fräulein Schmidt and Mr Anstruther (Una donna indipendente, 1907). 


Elizabeth rimase vedova nel 1910; per tre anni ebbe una relazione con H. G. Wells, e nel 1916 contrasse matrimonio con John Francis Stanley Russell, fratello maggiore del celebre filosofo, cambiando il proprio nome in Contessa Russell. Nemmeno questa esperienza coniugale fu fortunata, e la coppia si separò nel 1919. Agli anni fra le due guerre risalgono In the Mountains (Uno chalet tutto per me, 1920), ambientato sulle Alpi Svizzere, Vera (1921, considerato il suo capolavoro, e paragonato a Rebecca di Daphne du Maurier), The Enchanted April (Un incantevole aprile, 1922), con il suo lussureggiante setting ligure, Expiation (Colpa d’amore, 1929), The Jasmine Farm (La fattoria dei gelsomini, 1934). Allo scoppio della seconda guerra mondiale Elizabeth si trasferì negli Stati Uniti. Morì a Charleston nel 1941, dopo aver pubblicato ben 21 libri.
Dietro il riflesso di una vetrina di
Stralsund, l'edizione tedesca di
The Benefactress
I sentieri principali che von Arnim percorre all’interno dei suoi romanzi sono la celebrazione del paesaggio naturale, nella maggior parte dei casi rappresentato da fiori, piante e giardini, e il conflitto tra un’identità femminile esuberante e le costrizioni della stantia società borghese. Il continuo ricorrere alla descrizione della vegetazione, talvolta così opulenta da tradire la dirompenza dell’immaginazione dell’autrice, è un evidente medium di espressione della personalità della New Woman del primo Novecento. I colori dei fiori (Il giardino di Elizabeth), le piante intrise di rugiada (Un incantevole aprile), le campagne piene di sole (Un’estate da sola), le porte e le finestre aperte di una casa (Colpa d’amore), il mare solitario (Elizabeth a Rügen) sono simboli della libertà a cui aspiravano queste “nuove donne”, stanche di tutte le forme del giogo patriarcale e finalmente consapevoli della loro possibilità di affermazione nel mondo, e della loro capacità di scegliere la solitudine.

16 settembre 2015

Sette brevi lezioni di fisica

Non sono mai stata velocissima nell’apprendimento delle scienze, e al liceo la fisica in particolare era la materia che mi riusciva più difficile. Con gli anni, e soprattutto incontrando bravissime persone che si occupano di scienza tutti i giorni e che te la raccontano con un sorriso, ho iniziato a desiderare di capirne di più – spesso rimpiangendo di possedere solo scarsissime nozioni e di non aver mai approfondito i miei studi. 
Per questa ragione, appena ho sentito parlare di Sette brevi lezioni di fisica di Carlo Rovelli nel corso di una trasmissione di Corrado Augias, sono corsa a leggerlo, sperando di mettere un po’ d’ordine nelle mie informazioni caotiche, e di gettare un po’ di luce su quelli che sono due misteri per me inspiegabili, eppure affascinantissimi: la sostanza dei buchi neri e l’esistenza di piani temporali paralleli. Per darmi delle risposte, naturalmente, non bastano “sette brevi lezioni”, ma forse “sette (volte sette) anni di studio”, ma a qualcosa questo librino è servito, grazie alla sua semplicità e chiarezza e anche a certi bei passi in cui il linguaggio diventa quasi poetico. È ammaliante leggere che una teoria della fisica «descrive un mondo colorato e stupefacente, dove esplodono universi, lo spazio sprofonda in buchi senza uscita, il tempo rallenta abbassandosi su un pianeta, e le sconfinate distese di spazio interstellare s’increspano e ondeggiano come la superficie del mare…», oppure: «Nel mare immenso di galassie e di stelle, siamo un infinitesimo angolo sperduto; fra gli arabeschi infiniti di forme che compongono il reale, noi non siamo che un ghirigoro fra tanti», oppure ancora: «Siamo fatti degli stessi atomi e degli stessi segnali di luce che si scambiano i pini sulle montagne e le stelle nelle galassie». 
Stupita del mio stesso interesse per questo libro, mi sono chiesta dove sia il punto in cui il mio amore per la letteratura incontra la fisica. Mi sono risposta con i versi di La ginestra di Leopardi che sembrano descrivere il cosmo (175-183): 
quegli ancor più senz’alcun fin remoti 
nodi quasi di stelle, 
ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo 
e non la terra sol, ma tutte in uno, 
del numero infinite e della mole, 
con l’aureo sole insiem, le nostre stelle 
o sono ignote, o così paion come 
essi alla terra, un punto 
di luce nebulosa.
E mi sono risposta ricordando come il mistero del tempo e della sua percezione impregni la letteratura di Virginia Woolf; e ripensando a quanto siano straordinari due romanzi che ho letto di recente, Amori imprevisti di un rispettabile biografo di Penelope Lively e Il tempo di una canzone di Richard Powers, in cui entriamo in contatto con la sostanza molle, elastica, liquida, amorfa e inafferrabile del tempo, che si adatta fluidamente ai contenitori del passato così come a quelli del presente. Questi libri accennano a una realtà che Carlo Rovelli ci spiega così: «Nessuno si sognerebbe di dire che le cose “qui” esistono, mentre le cose che non sono “qui” non esistono. Ma allora perché diciamo che le cose che sono “adesso” esistono e le altre no? Il presente è qualcosa di oggettivo nel mondo, che “scorre” e fa “esistere” le cose l’una dopo l’altra, oppure è solo soggettivo, come “qui”?» 
Insomma, ciò che avvicina la grande letteratura allo studio della scienza è soprattutto la spinta a porsi delle domande, a cercare nella natura e nell’uomo la risposta agli enigmi che riguardano la verità, la realtà, la probabilità, la libertà. Leggendo un romanzo di Virginia Woolf, per esempio, ci sentiamo proprio come Carlo Rovelli quando scrive: «Qui, sul bordo di quello che sappiamo, a contatto con l’oceano di quanto non sappiamo, brillano il mistero del mondo, la ricchezza del mondo, e ci lasciano senza fiato.» 

3 settembre 2015

La società letteraria di Guernsey

Quest’anno è benedetto da letture bellissime. Scorrendo i post di questi primi due terzi del 2015 mi accorgo di aver potuto godere di romanzi indimenticabili, molti dei quali sono andati ad aggiungersi alla lista dei miei preferiti in assoluto (qui). Sono stata molto fortunata: non c’è niente di meglio che sentirsi bene grazie ad un buon libro. 
L’ultimo gioiello, in ordine di tempo, è La società letteraria di Guernsey, unica opera di Mary Ann Shaffer (Sonzogno, trad. it. di Giovanna Scocchera). Lo inseguivo da diversi anni, da quando l’avevo scoperto, attratta dalla sua copertina, sugli scaffali del Salone del Libro di Torino nel 2012; quel giorno lo lasciai lì, per le mani e gli occhi di altri lettori, ma il desiderio di leggerlo era sempre rimasto vivo. E adesso so che c’era un’ottima ragione. È una storia epistolare, che proprio per questo, e per la sua dichiarazione d'amore alla lettura, all’inizio mi ha ricordato un altro librino al quale sono particolarmente affezionata, ovvero 84 Charing Cross Road di Helene Hanff (di cui ho scritto qui): i libri che raccontano la loro stessa genesi sono sempre affascinanti. 
La voce principale di La società letteraria di Guernsey è quella di Juliet Ashton, scrittrice e giornalista, che nel gennaio del 1946, per puro caso, inizia a intrattenere una felice corrispondenza con gli abitanti dell’isola di Guernsey (territorio britannico al largo della Normandia), venendo a conoscenza del loro stile di vita, del loro gruppo di lettura – intitolato alla “Torta di Patate” – e soprattutto dell’occupazione tedesca appena conclusa. Non se ne sente parlare di frequente, sui libri di storia o nei documentari, ma una piccola parte delle isole britanniche fu effettivamente invasa dall’esercito nazista: gli abitanti di Guernsey dovettero spedire via i loro bambini per proteggerli dall’invasione; dovettero sopportare per cinque anni la presenza dei soldati, le vessazioni e la privazione della libertà personale imposta dai tedeschi, e assistere alle stesse violenze e ai medesimi soprusi che travolsero l’Europa continentale negli orrendi anni del conflitto. 
Il tono del libro è pervaso da una delicatezza che, se possibile, è ancora più straziante di una voce cronachistica. I racconti dell’invasione sono riportati attraverso le lettere degli abitanti dell’isola – caratterizzati così bene che ci pare di averli seduti in salotto con noi: una signora erudita, un contadino silenzioso, una bizzarra signorina, un nonno amorevole, un maggiordomo tornato dai campi di concentramento, e una donna coraggiosa, scomparsa nel nulla, di cui tutti parlano con affetto. I resoconti tragici sono momenti di emozione profonda intrecciati ad aneddoti divertenti e lievi, a volte persino un po’ romantici. Torte di lamponi, arrosti di maiale, libri di poesie, letture di Jane Austen, biografie di Charles Lamb, coprifuoco, povertà, fame, sorrisi, pleniluni sul promontorio, profumi di mare e di fiori, francobolli, giocattoli di legno, ricordi: tutto è tenuto insieme, come l’amido di un impasto fragrante, dalla celebrazione della bontà umana, e delle semplici gioie dell’amicizia. Sul tram, ieri, ho dovuto chiudere il libro, perché si stava facendo davvero troppo commovente per continuare a leggerlo in pubblico….  «[Durante l’occupazione] ci aggrappammo ai libri e ai nostri amici: ci ricordavano che esisteva anche qualcos’altro. Elizabeth recitava spesso una poesia. Non me la ricordo tutta, ma cominciava così: “È davvero cosa di poco conto aver goduto del sole, aver vissuto la luce in primavera, aver amato, curato, apprezzato, conosciuto veri amici?” No che non lo è. Spero che se lo ricordi ovunque sia.»

31 agosto 2015

Librerie a Berlino

Tra i mille motivi più che validi per decidere di visitare Berlino ci sono anche le sue librerie. Passeggiando per il Mitte, Kreuzberg o Charlottenburg ci si imbatte continuamente in piccole o grandi vetrine ricolme di infiniti oggetti del desiderio: tra nuove edizioni e volumi antichi, insomma, c’è davvero da perdersi. Qualche giorno fa io e Valentina, writer del blog libresco Peek-a-booK! ci siamo date appuntamento per un’esplorazione di alcune delle librerie della città e ora, cari lettori, ecco a voi il risultato della nostra spedizione.... 
La nostra passeggiata è iniziata dal quartiere di Charlottenburg, e più precisamente in Fasanenstrasse, dove si trova la celebre Literaturhaus della città. La libreria annessa, la Koolhaas & Company, è una piccola caverna dei tesori, ai quali si accede, una stanzetta dopo l’altra, facendosi strada tra scaffali e ripiani sparsi per ogni dove. Lì, un certo simpatico destino ha voluto che mi saltasse agli occhi un’edizione tedesca di Mogli e figlie... (che coincidenza) 


Lasciata la Literaturhaus, Valentina e io abbiamo preso la direzione di un altro quartiere molto ben fornito, il celebre Prenzlauer Berg. La prima libreria che abbiamo visitato è stata la Shakespeare & Sons, uno splendido angolo di quiete letteralmente stipato di volumi. È stato difficile non svuotare il portafogli in questo angolo di paradiso, ma ci siamo riuscite.... 


Abbiamo poi proseguito verso la Georg Büchner Buchladung, uno spazio più luminoso e regolato, ed estremamente ben fornito, uno dei cui scaffali era zeppo di edizioni tedesche di opere italiane: Dacia Maraini, Umberto Eco, Elsa Morante, e numerosi altri. 


Infine, per concludere il nostro percorso, non poteva mancare una tappa in una delle mie librerie berlinesi preferite, la St. George’s English Bookshop, un ambiente dall’aspetto bohémien, con poltrone e divani che recano traccia del passaggio dei lettori, e soprattutto libri sparsi ovunque, nuovissimi o segnati dal tempo, a prezzi davvero convenienti. Approfittando della straordinaria occasione, io e Valentina abbiamo acquistato entrambe un’edizione di lusso della Folio Society: per me Shakespeare’s Life and World e per lei Excellent Women di Barbara Pym. 


Per festeggiare la buona riuscita della nostra escursione, infine, un brindisi da Anna Blume, famosa a Berlino per il suo spazio book-crossing scavato nei tronchi degli alberi. 

Per approfondire il resoconto di questa indimenticabile passeggiata letteraria berlinese, leggete il post di Peek-a-booK! 
http://www.peekabook.it/2015/08/piccolo-giro-fra-le-librerie-di-berlino.html









Aggiornamento del 7 gennaio 2016: la libreria Shakespeare & Sons di Prenzlauer Berg ha chiuso. Hanno messo in vendita i loro mobili e io mi sono accaparrata un bel tavolino e una piccola libreria con anta a vetro ricavata da un antico orologio a pendolo....
Shakespeare & Sons ha però un'altra sede, più grande e comunque bella: si trova in Warschauerstrasse 74, nel quartiere di Friedrichshain :) 

28 agosto 2015

Il vulcano che oscurò il mondo e colorò le arti

Il rinvenimento delle tracce della scienza nelle opere della letteratura è sempre stato per me un tema molto suggestivo. 
Per questo motivo ho trovato interessantissimo questo articolo, a firma di William J. Broad, comparso sul “New York Times” lo scorso 24 agosto. Il pezzo è la recensione di un libro (Tambora: The Eruption that Changed the World di Gillen D’Arcy Wood) che ricerca le conseguenze dell’eruzione vulcanica indonesiana del 1816 nelle più celebri forme artistiche del Romanticismo. 
Quella che segue è una traduzione parziale dell’articolo, che si può leggere in originale qui.

John Constable, Weymouth Bay
Londra, National Gallery
Nell’aprile del 1815, la più devastante esplosione vulcanica citata negli annali scosse il pianeta causando una catastrofe dalle dimensioni così estese che oggi, duecento anni più tardi, gli studiosi stanno ancora tentando di comprenderne le conseguenze. La loro opinione è che questa eruzione abbia contribuito al clima glaciale, alla crisi agricola e a pandemie globali – e persino alla nascita di celebri “mostri” letterari. Nelle lussureggianti isole delle Indie Orientali Olandesi – oggi Indonesia – l’eruzione del Monte Tambora uccise decine di migliaia di persone, che finirono bruciate vive o schiacciate da rocce scagliate in aria dall’esplosione, oppure morirono di fame dopo che le ceneri arsero i raccolti nei campi. Gli studiosi, poi, hanno scoperto che la gigante nube delle minuscole polveri dell’eruzione si propagò sul pianeta fino a fermare i raggi del sole e a causare tre anni di raffreddamento del clima globale. Nel giugno del 1816, una terribile tempesta di neve aggredì l’area settentrionale dello stato di New York; in luglio e in agosto delle crudeli gelate devastarono i raccolti nel New England e Londra fu battuta dalla grandine per tutta l’estate. Molte nazioni subirono ondate di carestia e di malattie, con la conseguenza di un pesante declino economico e di inquietudine sociale: in generale, i raccolti agricoli soffrirono in tutto il pianeta. 
“L’anno senza estate”, come fu definito il 1816 (chiamato anche dagli inglesi eighteen hundred and froze to death, cioè “milleottocento e freddo da morire”, e dai tedeschi “l’anno del mendicante”), diede luogo ai ritratti di tramonti dai colori violenti e di cieli in tempesta che ben conosciamo, e anche a due sottogeneri della narrativa gotica: la sua spaventosa progenie fu rappresentata da Frankestein da una parte e dai vampiri dall’altra – creature che da quel momento in avanti non hanno mai abbandonato la scena artistica e letteraria. 
La velatura globale causata dall’esplosione ebbe l’effetto di riflettere con forza la luce del sole: è da questo fenomeno che derivano le nuvole nere dei dipinti di Constable; ed è grazie alle particelle di pulviscolo sospese nell’atmosfera che J.M.W. Turner poté assistere agli spettacolari tramonti che lo hanno reso immortale. 
J.M.W. Turner, Chichester Canal
Londra, Tate Gallery
Durante l’estate di quel 1816, la Svizzera stava soffrendo acutamente a causa del maltempo e della distruzione dei raccolti, tanto che, come racconta la testimonianza di un prete dell’epoca: “È terribile vedere questi scheletri che camminano divorare con tanta avidità il cibo più repellente”. Fu proprio nel giugno di quell’anno che alcuni illustri turisti inglesi, decisi a fuggire dal clima tempestoso della patria, si rifugiarono in una villa ai margini del lago di Ginevra, flagellato a sua volta dai temporali: e radunandosi intorno al fuoco iniziarono a raccontarsi vicendevolmente delle storie del terrore. Della comitiva facevano parte Mary Shelley, allora diciottenne, Percy Shelley, il suo futuro marito, e Lord Byron. Il Frankenstein della giovane Mary, la storia del vampiro di John William Polidori (The Vampyre) e il poemetto apocalittico di Byron, Darkness, furono concepiti e scritti proprio in quelle orribili notti di tempesta, nel corso di un’estate in cui la natura cambiò la storia dell’umanità.

25 agosto 2015

Il giro del mondo di Agatha Christie

Il giorno di San Giorgio del 1924, a Wembley, Re Giorgio V inaugurò ufficialmente la British Empire Exhibition, una mastodontica esposizione dedicata alla celebrazione delle glorie dell’impero britannico. Vi parteciparono 56 delle 58 colonie allora appartenenti all’impero, ciascuna impegnata a presentare la propria identità culturale e commerciale, e incoraggiata a stringere legami con le altre. L’organizzazione di un evento così epocale richiese un viaggio preparatorio intorno al mondo – al fine di visitare i territori e di invitare i coloni alla partecipazione – che cominciò il 20 gennaio 1922 e durò in tutto 10 mesi. Alle dipendenze del collerico Maggiore Ernest Belcher, primo responsabile del tour, c’era anche Archie Christie, che portò con sé la moglie Agatha. La scrittrice raccontò questa esperienza ai limiti del leggendario nelle lettere spedite alla madre tanto amata, nel diario di viaggio e con decine di fotografie, che costituiscono un vero e proprio tesoro storico e letterario. Nel 2012 Mathew Prichard, nipote di Agatha (figlio della sua unica figlia, Rosalind) e proprietario dei diritti d’autore delle sue opere, ha riscoperto il materiale ordinatamente raccolto in una serie di scatole a Greenway – la residenza della scrittrice nel Devonshire – e lo ha pubblicato in The Grand Tour, che Mondadori ha tradotto con il titolo di Il giro del mondo. Album di lettere e fotografie (trad. it. di Giulia Failla). 
Il libro è davvero appassionante, e per varie ragioni. Prima di tutto si scopre uno stile di scrittura piuttosto differente da quello che caratterizza i grandi gialli di Christie: qui abbondano punti esclamativi, ironia, colori, e la testimonianza non filtrata dell’incanto risvegliato in lei dalle bellezze della natura (delle destinazioni del viaggio – Sudafrica, Australia, Nuova Zelanda, Canada, Hawaii – nel cuore di Agatha rimasero soprattutto i paesaggi della Nuova Zelanda e la potenza sublime delle Cascate Vittoria). In secondo luogo si conosce la giovane Agatha, una donna frizzante, energica, ansiosa di abbracciare il mondo, che a Honolulu volle imparare a surfare, che giocava a tennis e golf, che sapeva intrattenere una conversazione con chiunque (principi, diplomatici, industriali, allevatori, proprietari terrieri, signore dell’aristocrazia e mogli dei coloni), e che intraprese una crociera attorno al mondo nonostante soffrisse di un mal di mare quasi invalidante. È la Agatha dei primi romanzi (nel 1922 Poirot era “appena nato”), ma è soprattutto la Agatha fiduciosa degli anni precedenti al doloroso divorzio da Archie. 
Agatha Christie con la tavola da surf
Ultimo ma non ultimo aspetto avvincente di questa raccolta è il ritratto del mondo coloniale degli anni Venti, naturalmente visto attraverso gli occhi degli inglesi. È curioso entrare nelle fattorie e nelle fabbriche dei coloni britannici sparsi per il mondo, anche perché la loro esistenza sembra immersa in un’atmosfera distaccata dalla realtà e dalla storia – e per questo tragicamente fragile. La veloce testimonianza delle sommosse a Città del Capo, dove la comitiva di Agatha si ritrova impossibilitata a muoversi a causa dei lavoratori in sciopero a favore dell’apartheid, ci dimostra che il cuore di tenebra dell’imperialismo è lì, presente, anche se nessuno ha l’intenzione e il coraggio di affrontarlo per ciò che è. E quell’Inghilterra fastosa e imbattibile sembra già iniziare ad avere sentore della propria fine.