25 giugno 2015

Ritorno a Edith Wharton

In queste settimane sono tornata a dedicarmi all’amatissima Edith Wharton. Newyorchese, di famiglia aristocratica (Newbold-Jones era il suo cognome da ragazza), Edith sposò Teddy Wharton senza sapere della sua malattia psichica, conobbe il grande mondo degli espatriati americani in Europa (il suo migliore amico fu Henry James), ebbe un amante a Parigi e scrisse racconti e romanzi che vantano uno stile di scrittura dalla bellezza difficile da eguagliare. 
Se L’età dell’innocenza, Premio Pulitzer nel 1921, è uno dei maggiori capolavori della letteratura, The House of Mirth del 1905, che sto leggendo in questi giorni nell’edizione Neri Pozza (La casa della gioia, trad. it. di Gaja Cenciarelli), anticipa il racconto di tutti i tormenti dell’affermazione dell’identità femminile nella contrastata e chiaroscurale società americana dell’inizio del ventesimo secolo. I dolori di Lily Bart sono quelli di Madame Olenska, e di tutte le loro contemporanee che tentarono, a prezzo di umiliazioni e paura, di non sottostare al giogo comportamentale imposto alle donne da un radicato e inamovibile patriarcalismo. 
Anche i due racconti inclusi in The Reckoning, volumetto edito da Penguin nella collana “Little Black Classics” (magnifica collezione, andata a ruba nella libreria inglese Dussmann qui a Berlino), descrivono la sofferenza della solitudine e dell’abbandono. Protagonista di The Reckoning è una donna divorziata che ora subisce la richiesta di separazione da parte del suo secondo marito, innamorato di una ragazza più giovane; eroina di Mrs Manstey’s View è invece una vedova la cui unica gioia nella vita è data dalla vista di un giardino oltre la finestra. La magnificenza di quel giardino esce dalle pagine in un trionfo di colori e di odori: la possanza della magnolia, con i suoi fiori di «alabastro» che si stagliano contro il «cielo azzurro acqua d’aprile»; le «onde del glicine»; «il respiro del lillà»; l’altissimo ailanto; i giacinti sul punto di sbocciare. 
Edith Wharton era innamorata dei giardini (come ben ci racconta Adele Cavalli in un capitoletto del suo ebook Scrittrici in giardino), e nella grande casa che si fece costruire nel Massachusetts, The Mount, gli spazi verdi e fioriti assumono un’importanza straordinaria. 
Foto di Mara Barbuni, 2015
Qualche mese fa, a Parigi, ho ripercorso le passeggiate di Edith e del suo amante Morton Fullerton lungo i giardini delle Tuileries e del Luxembourg; ho scoperto dove soggiornava in Place de la Concorde e la pasticceria Ladurée in Rue Bonaparte, di cui la scrittrice adorava i celebri macarons. 
Ma soprattutto ho scovato la sua casa al numero 53 di Rue de Varenne – oggi edificio governativo –, su cui spicca la targa che recita: «In questo edificio è vissuta, dal 1910 al 1920, Edith Wharton, romanziera americana (1862-1837). Fu la prima scrittrice degli Stati Uniti a espatriare in Francia, per l’amore per questo paese e la sua letteratura. “Gli anni della mia vita a Parigi furono trascorsi interamente in Rue de Varenne – anni ricchi, pieni, anni felici”».


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10 giugno 2015

Elogio dei libri

Come fanno, certe persone che ti conoscono solo “online”, a regalarti un libro che si adatta perfettamente ai tuoi gusti? A me è successo con La lettrice di Annie François (TEA, prima ed. Guanda), un librino che esplora tutte le straordinarie manie di noi appassionati di libri. L’ho letto praticamente tutto in metropolitana, ritrovandomi a sorridere molto spesso e a rischiare di perdere la mia fermata. È un libretto divertente e illuminante, ogni capitolo del quale è dedicato a una delle nostre comuni fissazioni (ditemi un po’ se vi ci ritrovate): l’uso dei segnalibro, la sofferenza nel dare in prestito i propri tesori, l’incapacità di buttar via un libro, la compulsione all’acquisto in libreria, il complicato rapporto con le fascette e l’ostilità per i codici a barre, il culto delle dediche e degli ex-libris, il senso di turbamento che non ci abbandona quando non riusciamo a finire un’opera di letteratura…. Io mi dichiaro colpevole di tutte queste fisime. 
Cominciamo con i segnalibro, il souvenir perfetto – e poco costoso – di ogni viaggio. Ecco i miei preferiti, dei “veri” segnalibro, ma vanno bene anche cartoline illustrate, nastri, cartoncini decorati.

©IpsaLegitPictures 2015
Si infilano nei libri, si lasciano lì, ci si dimentica della loro esistenza e poi, dopo anni, riaprendo lo stesso volume, eccoli spuntare, eleganti testimoni di un tempo passato. Scrive Annie François, che segna le sue pagine con qualunque cosa le capiti a tiro: «I miei libri sono farciti di articoli, di vecchie lettere, di note della spesa. Presi a caso, esalano i loro segreti dimenticati. Liberati dalla stretta dei loro vicini, si gonfiano di ricordi non meno intensi di una dedica. Vivono doppiamente, della loro storia e della mia». Seconda mania: il prestito. Anch’io, come l’autrice, soffro nel leggere libri prestati da altri – ho il terrore di rovinarli, avverto la necessità di leggerli in fretta per restituirli il prima possibile, devo legarmi le mani per evitarmi di sottolineare i passi più amati. Insomma, se posso, evito. E se posso evito anche di dare in prestito: troppi amici perduti a causa di questa follia (e con amici intendo i libri)! Terzo problema – questo è davvero serio: entrare in libreria. Come uscirne a mani vuote? Impossibile. Scrive Annie François: «Ci vado soltanto quando ho un titolo in mente. Anche in tal caso, esco con almeno tre libri». Appunto. «Mi distolgo dalla vetrina delle librerie per evitare di farmi prendere dalla golosità. […] La cosa peggiore, per me, è il Salone del libro».
Quarta fissazione: cifrare i libri. Lo faccio sempre, apponendo di solito il nome (e non il cognome) e la data in cui sono venuta in possesso del volume. Oppure specifico il luogo, se il libro è stato acquistato in una città particolare o durante un viaggio significativo. Ultimamente ho iniziato ad aggiungere un altro segno di riconoscimento, una piccola rosa. Insomma, il libro è mio, ed è una consapevolezza che dà un certo piacere.
In questi ultimi giorni un mio pensiero tormentoso è come proteggere e riporre un volume di un certo pregio, un Little Women and Good Wives di Louisa May Alcott stampato nel 1913. Spolverarlo tutti i giorni? Conservarlo in una busta trasparente? Procurarmi un copri-libro in stoffa? Mi consolo ricordando com’è asciutto il clima in questa città… lontana dalle minacce dell’umidità della pianura padana, ho tutto il tempo di farmi venire in mente la soluzione più adatta.
©IpsaLegitPictures 2015
Questo libro è un vero gioiello: reca in sé l’aria di mare dell’Isola di Wight, ha una preziosa copertina Art Nouveau (la costola è un incantesimo…), una bella illustrazione interna e poi… e poi c’è un ex-libris, che annuncia che il volume è stato un premio per una ragazza, Dorothy Langley, che nel 1913 frequentava la Thomas Sunday School di Newport (Isola di Wight). Questa breve dedica sembra aprire un mondo, sbrigliando la fantasia e lasciando intuire la storia, appena abbozzata, di un’altra “piccola donna”.
I libri sono eterni ricettacoli di sogni e di memorie.


5 giugno 2015

Viaggio d'arte e di letteratura

Hampton Court e il suo Rose Garden.
Foto di Mara Barbuni, 2015
Nelle ultime settimane la scrittura del blog si è presa una pausa, perché la scrittrice se n’è andata un po’ su e giù per l’Europa…. Ho trascorso un weekend in Italia parlando di Jane Austen (nel mio paese natale) e di Elizabeth Gaskell (a Bologna): entrambe belle esperienze, soprattutto per i piacevoli incontri che hanno generato; ma prima di rimpatriare ho vissuto una splendida – non ci sono altri aggettivi per definirla – settimana in Inghilterra, che, diciamocelo, è un Paese che non delude mai. 
Il viaggio è iniziato con tre giornate londinesi piene di sole e di vedute, classiche e meno tradizionali: il Big Ben e le Houses of Parliament, il Tower Bridge, i Giardini di Kensington, Covent Garden… ma anche una lunga passeggiata alla caccia di targhe blu, il ritrovamento di alcune stampe originali, dei primi del Novecento, di Arthur Rackham – illustratore di Peter Pan – in una bottega antiquaria dell’incantevole Cecil Court (che ha chiuso la porta proprio mentre avevo ancora la bocca aperta per la meraviglia!) e la visita alla residenza monarchica di Hampton Court, che vanta dei giardini indimenticabili (specialmente il Rose Garden)…. Sono seguite una domenica trascorsa tra lo Hamphire e il Berkshire – nella fattispecie, a “casa” di Jane Austen a Chawton e poi a Highclere Castle, setting (esterno) di Downton Abbey qualche ora a Southampton e due giornate intensissime sull’Isola di Wight.

Isola di Wight, Compton Beach.
Foto di Mara Barbuni, 2015
L’isola è una specie di Eden, il cui tempo è regolato dal volgere delle maree. Ci sono spiagge silenziose, che dopo ogni temporale lasciano affiorare tesori paleontologici mozzafiato; le scogliere bianche; il mare immenso, il cui orizzonte a sud-ovest non incontra la terraferma prima del Brasile; colline dolci e vegetazione folta; e poi tracce affascinantissime di vita vittoriana. Sull’isola di Wight, infatti, appena scesi dal traghetto che da Southampton ha attraversato il Solent, si trova Osborne House, la residenza della Regina Vittoria e del Principe Alberto, in cui la sovrana chiuse gli occhi per sempre nel 1901. Ma ancora più caratteristica è Farringford House, la casa di Lord Tennyson, che oggi è un albergo ma che conserva ancora lo spirito del poeta laureato sotto il manto di edera che la avvolge. Dell’isola egli scrisse:
Farringford House, residenza di
Lord Tennyson a Freshwater.
Foto di Mara Barbuni, 2015
[…] come to the Isle of Wight: 
Where, far from the noise and smoke of town 
I watch the twilight falling brown 
All round a careless-order’d garden 
Close to the ridge of a noble down… 
Farringford si trova nei pressi di Freshwater, un luogo molto suggestivo, sia per la sua bellezza geografica che per i suoi ricordi storico-letterari. Qui si riuniva infatti il cosiddetto “Freshwater Circle”, un circolo bohémien che nella seconda metà dell’Ottocento includeva artisti, scrittori, fotografi e condottieri. Ne facevano parte, oltre a Tennyson, Lewis Carroll e la sua “modella” Alice Liddell, il pittore George Frederic Watts, l’attrice Ellen Terry, i preraffaelliti William Holman Hunt, John Everett Millais e Dante Gabriel Rossetti, Charles Darwin, Giuseppe Garibaldi, Charles Kingsley, Robert Browning, il poeta americano Longfellow, e tanti altri. È impressionante pensare che tutte queste persone si siano incontrate, abbiano chiacchierato e passeggiato insieme sulle stesse spiagge, negli stessi giardini. 
Tutti costoro avevano in comune la conoscenza con Julia Margaret Cameron, zia di Virginia Woolf e pioniera della fotografia, che introdusse nella sua epoca la moda del ritratto fotografico. Suoi sono i volti in bianco e nero, spesso venati di una struggente malinconia, che nel nostro immaginario associamo tanto facilmente all’età vittoriana. La casa di J.M. Cameron, Dimbola Lodge, è oggi un museo imperdibile: vi sono conservati ancora alcuni suoi oggetti personali, in un arredamento che ci trasporta indietro nel tempo (bellissima la carta da parati della sua camera da letto, con soggetto di William Morris…), e soprattutto i suoi straordinari ritratti, che valgono davvero la visita.

Dimbola Lodge e Julia Margaret Cameron.
Foto di Mara Barbuni, 2015
Oltretutto, in una delle stanze dedicata agli artisti contemporanei, ho trovato raccolte le fotografie di Annie Leibovitz per la mostra intitolata Pilgrimage, una sorta di viaggio visuale nei luoghi dei grandi scrittori. Cosa avrebbe potuto dare più soddisfazione ai miei occhi? Un mucchio di foglie secche sulla soglia di Virginia Woolf, immagini della Orchard House di Louisa May Alcott e della casa di Emily Dickinson…. Una vera esperienza visiva ed emotiva. E a proposito di Alcott, nella minuscola libreria antiquaria addossata alla casa-museo ho rinvenuto (a un prezzo incredibile) un’edizione del 1913 di Piccole donne, con copertina decorata in stile Art Nouveau. 
Niente di più adatto come souvenir di un viaggio senza paragoni.